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Marocco: nel regno del re Sole del mondo arabo
Il regno di Muhammad VI appare come una
"monarchia illuminata", oscurata però anche da
vistose contraddizioni, ben vista nella comunità
internazionale per gli sforzi nella lotta al
terrorismo e impegnata a rafforzare le basi della
propria economia.
(Alessio Fabbiano)
Equilibri.net (8 aprile 2005)
Tra aperture e contraddizioni
La monarchia di Muhammad VI è tra i regimi più
stabili di un continente, quello africano,
percorso continuamente da discontinuità politiche
e incertezze governative. La solidità della
struttura monarchica è dovuta ai seguenti
fattori: la fermezza della mano del re nel
governare, il varo di un complesso di riforme che
hanno ammodernato il sistema sociale, aperture e
concessioni alla società civile, performance
economiche soddisfacenti e relazioni
internazionali amichevoli con due pesi massimi
della comunità internazionale come Stati Uniti e
Unione Europea. Il crisma di un Marocco che
cambia è stato individuato da molti osservatori
nell'istituzione dell'Istanza di Equità e
Riconciliazione (IER), creata sul modello delle
commissioni di verità e riconciliazione del
Sudafrica post-apartheid. L'organo, costituito
con l'obiettivo di «impedire le ripetizioni degli
errori del passato», è una novità assoluta nel
mondo arabo e, soprattutto, uno strumento con cui
il Palazzo reale si presenta sul proscenio della
politica internazione con un volto moderno. Gli
errori che la IER intende riportare alla luce
sono quelli dell'era buia di Hassan II
(1961-1999), padre dell'attuale monarca,
contraddistinti da abusi e persecuzioni nei
confronti degli oppositori. Contro le audizioni
della IER, tuttavia, si sono scagliate molte ONG
marocchine, rilevando che questa si limita a
protocollare i racconti dei testimoni, senza
avere il potere di perseguire legalmente i
criminali. A questa operazione di rilettura del
passato recente, si accompagnano politiche
innovative che incidono sulla vita quotidiana,
come la riforma del codice del diritto di
famiglia (Mudawana), fortemente voluta da
Muhammad VI perché «una società non può sperare
nel progresso e nello sviluppo quando la metà dei
cittadini non gode della dignità loro conferita
dalla nostra santa religione». Il nuovo codice
sopprime dal regime matrimoniale il dovere di
obbedienza della donna, contempla una normativa
più austera sulla poligamia e sul ripudio,
riconosce alla donna più garanzie economiche in
caso di divorzio. Sul solco di queste aperture in
un ramo delicato del mondo islamico come quello
del rapporto uomo-donna, il re ha anche allargato
le maglie della censura sulla stampa. È stata
vista come una piccola rivoluzione la possibilità
per i giornali marocchini di condurre inchieste
su temi che a lungo sono stati tabù, come
l'indagine del settimanale Telquel sul salario
del re o il moltiplicarsi di articoli-inchiesta
sulla spinosa questione del Sahara occidentale.
Alcuni commentatori hanno letto questa
successione di brecce aperte nel verticismo del
sistema monarchico e islamico come un tributo
pagato da Rabat alle buone relazioni
internazionali. Tuttavia, questo tributo è stato
versato a ragion veduta: il percorso cominciato
dal re lungo il cammino della democratizzazione
significa accumulare potere non soltanto
all'interno della società presentandosi come la
parte "progressista" opposta a quella dei gruppi
oltranzisti islamici etichettati come
"antimoderni", ma significa soprattutto far
pesare la propria posizione su questioni di
vitale importanza come il Sahara occidentale o il
rafforzamento delle relazioni economiche con i
paesi ricchi. La salus monarchiae emerge,
pertanto, come inscindibile dalla promozione
delle libertà civili fatta dalla corona negli
ultimi mesi, benché ampie zone oscure, come la
pratica delle torture nelle carceri marocchine o
i severi vincoli alla libertà di espressione dei
cittadini, limitano la portata di questo vento
innovatore. L'illuminismo di Muhammad VI,
d'altronde, non si è esteso al sistema politico,
dove il Parlamento si limita a registrare le
decisioni prese nelle camere regie. È da questa
considerazione che affiorano due contraddizioni
del regime cherifiano: al nuovo attivismo dei
cittadini si contrappone un sistema politico
ingessato che non vi riesce a dare
sostanziazione, dominato dalle clientele dei
notabili vicini alle grandi famiglie della corte;
e, quel che appare peggio per la sicurezza
interna, il dinamismo della società porta con sé
inevitabilmente un duro contraccolpo, consistente
nell'espansione dei movimenti islamici
estremisti, soprattutto di Al-Adl-wal-Ihsan
(Giustizia e Benevolenza), il movimento dello
sceicco Abdulsalam Yassin. Tra i pericoli
maggiori per il Marocco restano, infatti, gli
attacchi armati dei gruppi islamici, capaci di
spingersi anche nella vicina Europa come è
accaduto un anno fa negli attentati di Madrid. Il
paese è annoverato da al-Qaida tra le nazioni
arabe "apostate" e le fiammate del terrorismo
hanno risvolti negativi per l'economia nazionale,
rappresentando un fattore di sbarramento per i
flussi turistici, voce capitale del bilancio
dello Stato. La lotta al terrorismo è la ragione
per cui il re ha abbattuto un altro tabù, la
nomina a capo del servizio di controspionaggio di
un funzionario civile, Muhammad Yasin Mansuri, lo
stesso che ha denunciato in un'inchiesta statale
come le cellule terroristiche marocchine si
finanzino con i proventi del contrabbando di
cannabis, di cui lo stato nordafricano è tra i
maggiori produttori mondiali con un giro di
affari annuale di circa 13 mila miliardi di
dollari. Il Marocco è stato, inoltre, la prima
tappa del Consiglio Esecutivo per
l'Antiterrorismo delle Nazioni Unite (CEAT). Gli
esperti dell'ONU sono approdati a Rabat nel marzo
di quest'anno con l'intento di valutare
l'esecuzione degli obblighi derivanti dalla
risoluzione 1373 del Consiglio di Sicurezza,
adottata dopo gli attacchi terroristici del
settembre 2001 contro gli Stati Uniti. La
risoluzione si propone di aumentare gli istituti
giuridici e gli organi dei paesi membri dell'ONU
creati per combattere e fermare il terrorismo. Le
valutazioni del CEAT sul Marocco saranno una
parte della relazione finale che verrà redatta
dopo la visita degli esperti in altri paesi, ma è
innegabile sin da ora che il governo marocchino
abbia assunto una linea dura nel contrastare i
gruppi terroristici fino ad arrivare a
riconoscere ufficialmente un solo partito
islamico moderato. Infine, gli sforzi tesi a
convogliare un'immagine moderata dell'Islam e del
paese hanno portato al lancio sul satellite della
prima televisione nazionale con programmi in
lingua araba, francese e berbera.
Le debolezze dell'economia marocchina
Il trattato di libero scambio firmato nell'agosto
del 2004 con gli Stati Uniti ha consolidato la
posizione economica mondiale del Marocco, potendo
l'esecutivo manovrare con successo due leve
importanti quali le esportazioni verso un mercato
ampio come quello americano e il potenziale
flusso di investimenti esteri provenienti da
Washington. Il trattato avrebbe dovuto dare un
primo colpo al tasso di disoccupazione, che,
però, permane su livelli molto alti (19%). In
più, i primi riflessi negativi del trattato si
sono riversati sull'industria farmaceutica
nazionale che ha prontamente lanciato un grido di
allarme. Infatti, il trattato contempla clausole
di salvaguardia della proprietà intellettuale e
impone vincoli ferrei per i beni protetti da
brevetto. L'industria farmaceutica marocchina,
che vanta una tradizione di 30 anni con oltre 30
mila dipendenti, produce l'80% del fabbisogno
interno ed esporta farmaci generici in tutti i
paesi africani a prezzi ridotti rispetto a quelli
imposti dalle multinazionali del farmaco.
Inoltre, l'inarrestabile deprezzamento della
valuta nazionale, soprattutto nei confronti
dell'eurozona (laddove si concentrano i maggiori
acquirenti dei prodotti marocchini, come Spagna,
Francia, Germania e Italia) favorisce da un lato
la domanda di beni di produzione interna,
ampliando così l'offerta e l'appeal commerciale
dei prodotti marocchini, ma dall'altro lato, in
concomitanza con il rafforzamento del dollaro sul
dirham, ha negative ripercussioni sulla bilancia
commerciale. Ciò in considerazione
fondamentalmente del fatto che il Marocco esporta
beni derivanti da una filiera produttiva di
medio-bassa complessità, mentre importa notevoli
quantità di beni che richiedono un processo di
lavorazione più complesso e, quindi, più costoso.
Questa peculiarità del sistema
economico-produttivo del Marocco ha forti
ricadute sulla bilancia commerciale, il cui
deficit si gonfia inarrestabilmente di anno in
anno. Quel che manca al paese è una rete di
tecnologie che possa puntellare lo slancio
economico che nel 2004 ha segnato un incremento
del Pil pari al 4%. In questa direzione si è
mosso agli inizi di marzo il governo, che è
riuscito ad ottenere considerevoli finanziamenti
da parte della Banca Africana per lo Sviluppo
(BAS) in un settore, come quello energetico, in
cui il Marocco è costretto a incrementare le
importazioni di energia dall'estero. Il progetto
approvato dalla BAS, che ammonta a 136 milioni di
dollari, consiste nella costruzione di una grande
centrale termosolare ad Ain Beni Mathar allo
scopo di soddisfare la crescente domanda interna
di energia e di garantire l'approvvigionamento
dei centri urbani. Questo progetto è stato
pensato soprattutto per diminuire l'importazione
di energia da altri paesi e abbattere, così, i
costi che gravano sulla bilancia dei pagamenti.
Non è questo il primo progetto che la BAS
finanzia a favore di Rabat, dato che altri 9 se
ne contano sempre nel settore energetico per un
totale di 262 milioni di dollari, a dimostrazione
di come il Marocco si avvalga delle possibilità
offerte dalle organizzazioni internazionali
africane per assicurarsi il proprio sviluppo.
Conclusioni
Sospeso tra progresso e conservatorismo, tra
aperture e censure, il Marocco sta attraversando
una delicata transizione controllata dal Palazzo
reale. L'intento del re di riconoscere maggiori
libertà ai suoi sudditi potrebbe sortire
l'effetto contrario di far alzare violentemente
la testa a una società civile annichilita dal
regime del padre e stanca di dover subire ancora
le limitazioni imposte da una forma di Stato
accentrata e oligarchica. Le audizioni della IER
hanno innescato un meccanismo di riflessione
nazionale e risveglio democratico. Forse per
questo le ultime sessioni non sono state
trasmesse in diretta tv, a riprova che Muhammad
VI, nonostante l'illuminismo del suo regno, non
osa andare oltre le strettoie del regime
monarchico.
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