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Saharawi:
desasparecidos e prigionieri. Storie di ordinaria tortura.
Saharawi:
desasparecidos e prigionieri. Storie di ordinaria tortura. Intervista
a una donna saharawi ex prigioniera del Marocco a cura di Paola
Maccioni. Wilaya di Smara, campo profughi saharawi, 29 dicembre
2004 Hadrama mostra la foto di Ahmed Lemadeel, desasparecido dal
1976 .
Incontro Hadrama Abdrahman Badi e Hurria Ahmed Lemaadel in una
saletta del protocollo di Smara. Le ho conosciute il giorno prima,
durante l'incontro con l'associazione AFAPREDESA. Hanno raccontato
le loro storie, in modo generico, chiedendo poi che venissero
portate a conoscenza del mondo. Storie di disperazione per i desasparecidos,
per la prigionia. Storie uguali a quelle di tanti altri ex prigionieri
o familiari di desasparecidos di tutte le latitudini. Storie che
forse non raccontano più niente a nessuno, perché
chi parla non ha volto. Ho chiesto d'incontrarle da sola, voglio
sentire nomi, fatti, date e luoghi precisi. Accettano e si presentano
puntuali, nonostante la tempesta di sabbia e la figlia di Hadrama
ricoverata in ospedale. L'intervista si svolge con l'aiuto di
un traduttore: dall'assanya all'italiano. Le domande sono poche
e precise: nome, cognome, età. Motivo dell'arresto, periodo
di detenzione, trattamento in carcere. Chiedo che tutto ciò
che sarà detto sia circostanziato, non posso permettermi
di raccontare storie generiche.
Hadrama Abdrahman Badi ha 54 anni e viene da Riscanagim,
nel sud del Sahara Occidentale. Ha perso il marito in guerra;
vive nei campi profughi di Tindouf con i suoi figli. È
una delle fondatrici, nel 1993, di AFAPREDESA Associazione dei
Familiari dei Prigionieri e dei Desasparecidos Saharawi, con sede
a Rabouni.
Viveva in Smara, dove è stata arrestata nel gennaio del
1976.
Andava spesso a pigliare l'acqua al pozzo e la sera si serviva
di una torcia.
Una sera le guardie marocchine la circondarono e l'accusarono
di usare la torcia per fare segnalazioni al Polisario e indicare
la posizione. Questo fu il pretesto dell'arresto. I marocchini
sapevano che suo marito militava nel fronte Polisario. In casa
avevano le bandiere, le carte del Polisario, ma lei continuò
a negare di avere alcuna relazione dicendo: " Non so cosa
sia il Polisario, non so se è un animale...", ma nonostante
lei negasse, i soldati la obbligarono ad ammettere che conosceva
il Polisario e che ne era una militante, circondandola con le
armi e maltrattandola. Lei s'impaurì e disse: " Guardate,
in questa parte del mondo tutto è Polisario. Le pietre
sono Polisario, le capre sono Polisario. Tutto è Polisario.
Voi avete il vostro deserto e il vostro paese, quando noi cercavamo
la nostra indipendenza voi ci avete aggredito".
Le guardie la lasciarono, ma tornarono in forze dopo poco, mentre
lei era in kaima e allattava la figlia più piccola. Le
strapparono dalle braccia la bambina, buttandola sulla sabbia.
Le legarono le mani e bendato gli occhi, poi la trascinarono dentro
una macchina. Non sa dove la portarono. A un certo punto si ritrovò
seduta su una sedia e qualcuno iniziò a schiaffeggiarla,
invitandola a ripetere ciò che aveva detto al pozzo. Lei
negò di aver mai detto che tutto era Polisario, negò
di appartenere al Polisario e di sapere che cosa fosse. Le domandarono
di fare i nomi dei suoi compagni e continuò a negare e
a stare in silenzio. La tennero in carcere due mesi; poi ancora
15 giorni; poi ancora tre mesi. La rilasciavano e la riarrestavano
sempre con il pretesto che fosse una militante del polisario.
Per due anni entrò e uscì dal carcere. Il periodo
più lungo di detenzione fu di tre mesi. Tutte le volte
che entrava in carcere subiva violenze. Sempre bendata, riconosceva
dalla voce alcuni prigionieri saharawi, quelli che abitavano vicino
a lei, amici o parenti. Alcuni le gridavano il proprio nome. Lei
è certa che Ahmed Lemaadel El Bou, il padre di Hurria,
che oggi è dato disperso, fosse in carcere per un certo
periodo... l'essere bendata non le impediva di prestare attenzione
alle voci. Fra i prigionieri vi erano alcune donne gravide che
hanno abortito: Daiga Benaissa, Khouita Hamad Hadda. Mariem Salma
El Mailas, incinta di sette mesi, ha partorito in carcere un bimbo
deformato dalle torture. È stata picchiata sulla pancia.
A nessuna di queste donne fu prestata assistenza. Diciotto donne
e venticinque uomini furono trasferiti da Smara a Laayoune. Solo
undici uomini sono poi tornati a Smara, tre di loro gravemente
handicappati. Degli altri non si sa più niente. Alcuni
sono riusciti ad arrivare ai campi.
Chiedo a Hadrama se vuole dirmi che tipo di violenze ha subito.
Dagli schiaffi, ai colpi con il calcio dei fucili, ai calci con
gli scarponi chiodati. Ha le cicatrici delle sigarette che le
sono state spente sul corpo e in viso; le gambe e le ginocchia
hanno i muscoli distrutti dall'elettricità. È stata
denudata e distesa su un tavolo, prima prona e poi supina e frustata
con le corde bagnate nell'acqua, fino a che la carne non si apriva.
È stata bastonata sulle mani, sulle ginocchia e sui piedi.
Nuda, è stata sospesa per i piedi al soffitto e picchiata.
Con le mani legate dietro la schiena le hanno infilato la testa
in una latrina...
Mi dice che ci sono ancora tanti tipi di tortura che ha subito.
Le chiedo di non parlare più. La sua umiliazione è
la mia.
Durante i periodi di carcere gli otto figli erano aiutati dal
Polisario, dai parenti, dagli amici.
Dopo l'ultima prigionia, Hadrama era fuori della tenda che mungeva
la capra. Un soldato marocchino di pattuglia le ordinò
di entrare in kaima e lei si rifiutò, dovendo accudire
all'animale. Venne percossa con il calcio del fucile e per reazione
lanciò il recipiente del latte in faccia al soldato, rompendogli
due denti. Fu condannata ad un anno, ma dopo venti giorni di carcere,
nel 1979, durante la famosa operazione di Smara, venne liberata
con altri detenuti e portata con i figli ai campi profughi di
Tindouf.
Dal primo giorno dell'occupazione, i servizi marocchini avevano
predisposto un elenco di Saharawi ritenuti pericolosi e da arrestare:
Hadrama era il secondo nome sulla lista. L'attività del
Polisario era sottocontrollo, le riunioni si tenevano sempre in
posti diversi. Hadrama mi dice tranquillamente di essere sempre
stata consapevole dei rischi che la sua militanza comportava.
Era pronta a morire per la libertà. Molte donne saharawi
hanno militato nel Polisario già all'epoca della colonizzazione
spagnola.
Oggi vive nella wilaya di Smara dei campi con i suoi figli, alcuni
dei quali hanno studiato a Cuba e in Algeria. Le chiedo cosa insegna
ai suoi figli. " L'educazione, la morale, l'amore per la
patria, la jihad e la resistenza". Mi risponde. Chiedo se
prova odio per i marocchini. " Non odio i marocchini, odio
la loro politica e la loro amministrazione. Quando sento nominare
il Marocco, il cuore mi si stringe."
Hurria Ahmed Lemaadel ha 28 anni; vive nella daira
Bir Lehlu, nella wilaya di Smara. È nata nei campi profughi
e qui lavora, alla Media Luna Roca Saharawi ( Mezza Luna Rossa
Saharawi), come psicologa, dopo la laurea conseguita a Cuba. È
socia di AFAPREDESA: cerca notizie di suo padre, Ahmed Lemaadel
El Bou, di cui non si hanno più notizie dal 1976. Mi dice
che ciò che racconterà è quello che ha sentito
dalla madre e dalle zie. Non ha mai conosciuto il padre. È
scomparso prima che lei nascesse. È scomparso per causa
sua, in un certo senso, e questo la distrugge.
Era la fine del 1975, la famiglia di Ahmed cerca di mettersi in
salvo e di raggiungere il Polisario, nel Sahara algerino. La mamma
di Hurria porta proprio lei, nel ventre. La fatica del viaggio,
a piedi nel deserto, le provoca anzitempo le prime doglie. Ahmed
decide di tornare indietro, alla kaima ( casa), per prendere coperte
e generi di conforto per la moglie che rischia di partorire prematuramente.
Da Quel momento solo Hadrama sentirà, in carcere, la sua
voce. Lui sarà uno dei venticinque trasferiti al carcere
di Laayoune. Uno di quelli di cui non si saprà più
niente. Hurria racconta di essere viva solo grazie alla volontà
delle zie, sorelle del padre, che hanno incoraggiato la madre
a portare avanti la gravidanza e poi a mantenere la bambina. È
facile capire i sensi di colpa, anche se razionalmente immotivati,
di questa giovane donna. " Scrivi la mia storia" mi
dice. " Aiutami ad avere notizie di mio padre. Voglio sapere
se devo pensarlo vivo. Se devo pregare per lui, morto."
Tante associazioni, tante persone, hanno chiesto
notizie al governo marocchino, al re Mohamed VI. Ci provo anche
io, in nome di Allah e della Pace.
Peacelink in Sahara per la Pace
http://italy.peacelink.org/conflitti/articles/art_9062.html
Ringraziamo Arso per averci spedito
questa intervista.
Association de soutien a un referendum libre et regulier au Sahara
Occidental
E-mail: mailto:arso@arso.org
URL: http://www.arso.org
Tel.:+41 32 422 87 17 Fax: +41 32 422 87 01
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