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Le acque sono sempre in tempesta tra Cina e Giappone. E difficilmente si placheranno presto. Il passato coloniale del Giappone, su cui Tokio non ha mai fatto ammenda, non è ancora stato mondato dai suoi fantasmi perché i Giapponesi stentano a riconoscere quella brutta pagina di storia. Che è ritornata fuori
in questi giorni quando la giustizia nipponica ha respinto la domanda d'appello dei sopravvissuti cinesi agli esperimenti batteriologici condotti nella Manciuria occupata durante la seconda guerra mondiale. Di tutte forse è proprio questa una delle pagine
peggiori del Sol levante coloniale. Tutto comincia con Shiro Ishii, ricca famiglia
aristocratica, laureato a pieni voti in microbiologia alla prestigiosa Università di Kyoto, medico dell’esercito imperiale: aveva inventato un filtro speciale che consentiva ai soldati di bere senza pericolo da stagni o pozzi inquinati. Un genio, secondo i colleghi dell’epoca. Un maledetto genio del male. Fu Shiro Ishii ad ottenere dal Trono del crisantemo il
via libera al programma più ambizioso, più segreto e più allucinante che accompagnò il Sol levante durante la sua ascesa bellica sino al tramonto nel 1945. Anche grazie alla compiacenza dei vincitori, Ishiiro morì nel suo letto, chissà se perseguitato da una visione
che per centinaia di migliaia di vittime era stata un incubo. Incubo che iniziò a Pingfan nella Manciuria occupata, nella famigerata Unità 731. Organizzata come una vera e propria centrale del terrore, dotata di piscina e tennis per i ricercatori, l'Unità 731, modello di altre più piccole, era un universo concentrazionario dove venivano stipate le cavie umane, per lo più cinesi, pescate dalla polizia segreta tra i prigionieri di guerra o la resistenza. A cui venivano iniettate malattie e pestilenze medievali con tecniche ultramoderne. Era questo il programma di sperimentazione biologica per il quale Ishii aveva avuto carta bianca. Studiava le reazioni dei suoi “pazienti” mentre, in preda a febbre e dolori, morivano. Tutto era annotato diligentemente. E, se era il caso, si praticava la vivisezione per vedere come,
quando, con che rapidità il morbo fosse in grado di agire. L’idea era sviluppare armi batteriologice in grado di colpire la resistenza cinese o il nemico russo. Virus letali che, una volta sperimentati nell’Unità 731, dovevano andare a colpire oltre le linee nemiche o su villaggi campione in territorio cinese. Come accadde. I morti sarebbero stati almeno
400 mila. Forse mezzo milione. Ma non soltanto Tokio protesse quei terribili segreti
alla fine della guerra. Gli americani, i tutori del Giappone postbellico, vennero a conoscenza del programma ma decisero di secretare le carte, senza inserirle nel processo che
si tenne a Tokio sul modello di Norimberga. Opportunità politica o interesse per la ricerca?
Sinora gli unici a tentare di giudicare quei crimini sono stati nel ’49 i giudici di un tribunale sovietico. Ma era una corte che giudicava in contumacia. In Giappone, nel 2002 un tribunale di Tokio ha ammesso per la prima volta l'esistenza del programma segreto. Ma come si è visto in questi giorni, Tokio non vuole ammettere pienamente quella colpa e nemmeno compensare i sopravvissuti. Lasciando aperta una ferita purulenta col rischio che non si
rimargini più.
Diario asiatico per Radioforpeace LETTERA 22 - Associazione Indipendente di Giornalisti
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