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La moglie di un lider
sahraui, Aouicha Tamek,
denuncia di essere
stata stuprata da 5 poliziotti marocchini nel giugno 2003.
(Articolo scritto dal giornalista marocchino Ali Lmrabet,
in esclusiva per El Mundo di Madrid).
27 giugno 2005. Madrid.
Prima di cominciare la sua dichiarazione, Aouicha Chafia, moglie di Ali
Salem Tamek, respira profondamente e si guarda attorno per essere sicura
di non essere spiata. Nel caffè madrilegno dove è seduta
con sua figlia, questa giovane e bella sahraui è cosciente che
è venuto il momento di rompere tabù e pudori per raccontare
il dramma di cui è stata vittima qualche tempo fa. Dopo aver guardato
una seconda volta la porta d'entrata del caffè, Aouicha comincia
a ricordare parlando in hassania, il dialetto sahraui, raccontando come
fu selvaggiamente stuprata da 5 uomini marocchini, da lei indicati come
appartenenti alla Direzione Generale di Vigilanza del Territorio (DGST),
la polizia politica marocchina. Aouicha è la moglie di Ali Salem
Tamek, il noto sindacalista sahraui e attivista per i diritti umani, (già
prigioniero politico riconosciuto da Amnesty international), simbolo dell'indipendentismo
sahraui, vero grattacapo per il Ministro marocchino degli Interni che
ha tentato con ogni mezzo di comprarlo, intimorirlo e diffamarlo. E' soltanto
da poche settimane che l'ufficio di Madrid dell'agenzia ufficiale di stampa
marocchina, la MAP, ha inviato a Rabat un vergognoso telex accusando Tamek
di aver minacciato "il ricorso al terrorismo". Naturalmente
l'informazione era falsa ma lo scopo era quello di permettere alla stampa
marocchina governativa di scagliarsi contro Tamek, che oltre tutto è
già stato minacciato di morte. L'importanza di quest'uomo, piccolo
di statura ma con solidissime convinzioni, incarcerato varie volte per
le sue idee e accusato in modo permanente dal regime marocchino, è
molto grande. Nel novembre dell'anno scorso in un'intervista non ufficiale
con i responsabili della stampa marocchina, il Ministro marocchino delegato
per gli Interni, Fouad Ali El Himma insieme al suo omologo degli Affari
Esteri, Tayeb Fassi Fihri, ha assicurato che "Tamek rappresentava
un problema di primo piano per il Marocco".
In Marocco chi si avvicina a Tamek può essere bruciato. Ed è
quello che è successo ad Aouicha.
Secondo il suo racconto il dramma è accaduto
nel giugno 2003. Aouicha tornava dal carcere di Ait Mellul, vicino ad
Agadir, dove era stata a visitare il marito che era stato condannato a
due anni di carcere per "separatismo", quando fu intercettata
da un'auto con tre persone a bordo. Aouicha era, come sempre, accompagnata
dalla figlioletta Tawra (che vuol dire Rivoluzione). Senza complimenti
due uomini lo introdussero a forza nell'auto dicendo che erano della polizia.
Aouicha tentò di difendersi prima con urla e con pugni, poi con
lacrime e suppliche. Ma il carcere di Ait Mellul è in aperta campagna,
lontano dalle case e generalmente i marocchini preferiscono guardare da
un'altra parte quando si tratta di rapimenti in piena luce del giorno.
Con la figlia che piangeva Aouicha fu portata in un luogo sconosciuto,
una casa nei dintorni di Agadir. Lì c'erano 5 uomini che l'aspettavano.
All'inizio questi, che si sono presentati come poliziotti, furono gentili
chiedendo solo alcune informazioni su Tamek e sui suoi amici in Marocco
e all'estero ma, visto che lei rifiutava di parlare di "cose politiche
che non conosceva", passarono ad altro tema.
Le dissero che avevano un messaggio per lei, che non avrebbe potuto rifiutare
e che erano stati interessati a ciò da amici di Tamek: volevano
che lei tentasse di sedurre sia Mohamed El Mutawahil, membro del Comitato
esecutivo dell'OnG dei diritti umani del Forum Vérité et
Justice, che Lahucin Lidri, importante militante indipendentista sahraui,
e avvertirli quando sarebbe stata a letto con questi. Le dissero che le
avrebbero dato un cellulare e un numero a cui chiamare. Ma Aouicha rispose
che non era una prostituta e tentò di andarsene.
Naturalmente non la lasciarono andar via. Tra insulti e minacce e, facendo
gesti come se volessero sgozzare la figlia, passarono ai fatti. Le tolsero
la melhfa, il vestito tradizionale sahraui, e cominciarono a deridere
i suoi tentativi di coprirsi le parti intime. Poi senza più ridere
e, come Aouicha riferisce, "mi fecero quello che nessun essere umano
avrebbe fatto ad un altro. Davanti a mia figlia, cominciarono a palparmi,
a mettere le loro mani dove non dovevano. Poi mi tennero ferma con la
violenza e mi fecero cose sia davanti che di dietro e in bocca".
Per pudore Aouicha non utilizza i verbi stuprare, sodomizzare e obbligarla
al fellatio. Dopo lo stupro collettivo, secondo il racconto di Aouicha,
i violentatori fecero qualcosa di abituale per questi carcerieri, le urinarono
addosso. Successivamente la ricondussero nella sua casa , minacciandola
di rappresaglie se avesse rivelato il fatto alla stampa. Due giorni dopo
Aouicha entrava in ospedale per "depressione nervosa".
Oggi, in un caffè di Madrid, Aouicha dice di aver riconosciuto
due dei suoi violentatori. E' sicura, senza alcun dubbio che il primo
si chiama Brahim Tamek e lo conosce bene perché è un cugino
di suo marito, funzionario nella località di Tan Tan e collaboratore
della DGST per "Questioni sahraui" e fratello del nuovo governatore
di Dakhla, Mohamed Saleh Tamek, nominato appena la settimana scorsa. Il
secondo violentatore è Mbarek Arsalane, responsabile massimo della
DGST della zona che va da Agadir fino al confine con la Mauritania.
Il giornalista si domanda: "Perché Aouicha rivela questa storia
in questo momento, in cui il Sahara Occidentale sta in ebollizione? Non
sarà accusata di falso." Aouicha risponde immediatamente:
"Chi conosce il Marocco sa bene che gli stupri non sono mai riconosciuti
come tali e in particolare se sono compiuti da elementi della polizia".
Aouicha spiega inoltre che, con Tamek, stava preparando la sua uscita
dal Marocco già da un anno, volendo andare in Mauritania per la
quale aveva avuto il visto; ma che poi ha preferito l'Europa. "In
Mauritania non avrei potuto parlare, qui in Europa sì" conclude.
Con l'assistenza di un gruppo di avvocati spagnoli Aouicha vuole intraprendere
un'azione legale contro i suoi presunti violentatori. "Non in Marocco,
perché lì la giustizia è sotto controllo, ma qui
in Europa."
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