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(Pubblicato su: Guerre&Pace, n. 86, febbraio 2002)
Uzbekistan a stelle e strisce.
di Giampaolo R. Capisani
Asia centrale ex-sovietica: l’anello debole della geopolitica regionale
Rari sono stati gli osservatori che nelle ore immediatamente successive al sanguinoso episodio delle Twin Towers di New York, hanno cercato e identificato nell’Asia centrale il teatro del nuovo possibile conflitto. Ma con il passare dei giorni tale ipotesi si è andata precisando e le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale sono venute a trovarsi al centro di un attenzione diplomatica e militare senza precedenti. I grandi media di tutto il mondo hanno rincorso gli eventi tentando di focalizzare meglio quella che per loro risultava essere una terra incognita, una regione cioè tra le più trascurate dal mondo dell’informazione, ivi compreso l’Afghanistan con la sua guerra strana e “dimenticata”. Fin da subito, ovvero fin dal pronunciamento pro-occidentale del Presidente russo Vladimir Putin, che possimo considerare come il “nouvelle donne” delle relazioni russo-statunitensi, tre paesi di questa regione e cioè: l’Uzbekistan, il Tagikistan e il Kazakstan, hanno offerto la loro collaborazione alla “coalizione anti-terrorista” contro i taliban. Al contrario il Turkmenistan, divenuto isolazionista fin dai mesi successivi al 1991 (anno della sua indipendenza) dichiarava di volere rimanere fuori dal conflitto, atteggiamento seguito anche dal Kirghizstan. Benché tutte cinque queste repubbliche facciano parte della Confederazione degli Stati Indipendenti (fondata l’8 dicembre 1991) un assise che si va confermando sempre più come una “scatola vuota”, nessuna di esse possiede una omogeneità etnica, né tantomeno una omogeneità religiosa, mentre tutte sono invece penalizzate da una posizione d’isolamento geografico e da profondi squilibri etnici. Se a questo si aggiunge la corruzione delle élite al potere (costituita da ex-esponenti della nomenklatura dei partiti comunisti locali riconvertiti in formazioni politiche nazionali o democratiche), il sottosviluppo economico e le stridenti ineguaglianze sociali, si capisce come l’intera regione centro-asiatica rischiasse ormai da tempo di rappresentare l’anello debole per una iniziativa destabilizzatrice di un progetto islamista radicale che aveva per epicentro l’Afghanistan. E stati ben più strutturati di quelli centro-asiatici quali l’Egitto, la Turchia o l’Algeria, hanno dimostrato tutta la loro fragilità di fronte a una sfida di questo tipo che, in linea di massima si esprime nella sua fase iniziale attraverso la parola d’ordine della richiesta dell’applicazione della sharia (la legge islamica). Orbene, se questo anello debole avesse ceduto, la minaccia da ipotetica si sarebbe trasformata in un pericolo concreto per almeno tre diverse potenze regionali: in primo luogo la Russia, ancora invischiata nel “pantano ceceno” recentemente allargatosi alla Georgia. Per Mosca si sarebbe trattato dell’apertura di un secondo fronte sul proprio confine meridionale; in secondo luogo per l’Iran sciita, avversario irriducibile del neo-fondamentalismo sunnita dei taliban e infine per la Cina, paese che da tempo segue con preoccupazione l’ascesa delle parole d’ordine dei taliban in seno al movimento separatista degli uiguri, cioè della popolazione turcofona e sunnita maggioritaria nel Sinkiang, la regione situata all’estremo occidentale del territorio cinese. Dall’Unione (Sovietica) al ciascuno per sé
Dei cinque stati asiatici ex-sovietici solo il Kazakstan e il Kirghizstan non hanno una frontiera comune con l’Afghanistan. Il Kazakstan, che annovera tra la sua popolazione oltre un terzo di slavofoni, è riuscito nel primo decennio post-indipendenza grazie alle sue risorse minerarie o per meglio dire energetiche, a darsi una prospettiva per il futuro. Per la verità il Kazakstan è stato il paese di destinazione d’ingenti investimenti da parte delle majors mondiali (Chevron, Totalfinaelf, BP, ENI, etc.) che puntavano ad assicurarsi lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi di Kashagan e Tengiz (quest’ultimo è il più grande giacimento conosciuto nel mondo). In ogni caso nel 2000 il Kazakstan approfittando della manna petrolifera, cioè del forte aumento dei corsi degli idrocarburi, è riuscito a scongiurare la recessione interna. Lo spostamento della capitale da Almaty ad Astana, gli accordi con la Cina, l’offensiva di charme che con il riconoscimento della comunità cattolica del paese (solo l’1% della popolazione) ha portato alla visita papale del settembre 2001, ha portato il Kazakstan ad essere riconosciuto come riferimento nelle relazioni internazionali. Per contro il Kirghizstan è un paese di piccola taglia, montuoso ed essenzialmente agricolo; dopo il sostanziale fallimento dei progetti di privatizzazione della metà degli anni Novanta, oggi esso dipende dall’aiuto economico estero e dalla “comprensione” del Fondo Monetario Internazionale e del Club di Parigi per il pagamento delle tranches degli interessi del suo consistente debito estero.
Il Turkmenistanrappresenta di fatto un gigantesco giacimento di gas naturale che per l’importanza delle riserve e dell’estrazione (circa 30 milioni di metri cubi/anno) viene situato al decimo posto della classifica mondiale; in superficie è un paese abitato da una popolazione esigua (circa 5 milioni) e guidato con pugno di ferro dal Turkmenbashi (la guida di tutti i Turkmeni), soprannome di Separmurad Niazov che ha deciso per una linea di neutralità nei confronti dei taliban cosiccome degli Stati Uniti. La scelta “isolazionista” del Turkmenbashi non è sembrata poi così lungimirante: oltre ad avere incassato una brutta figura a Washington e presso l’opinione pubblica internazionale, va infatti tenuto conto che proprio il Turkmenistan, insieme al Kazakstan, all’Azerbaigian e alla regione del mar Caspio sono stati al centro di quella “battaglia degli oleodotti” che secondo numerosi analisti sarebbe stata la causa causans e in definitiva la ragione d’essere del “progetto taliban” (tappe: 1-fine del conflitto inter-etnico afghano; 2-pacificazione del paese; 3-realizzazione del gasdotto Turkmenistan-Kandahar-Karachi). Da parte sua il Tagikistan (circa 7 milioni di abitanti) è da sempre il paese più povero dell’Unione Sovietica prima e adesso della CSI, in ragione della sua accentuata montuosità, delle risorse minerarie risibili (eccezion fatta per il grande potenziale idroelettrico) e di un sistema industriale primordiale e obsoleto fondato sulla metallurgia dell’alluminio. Il paese ha sofferto di una sanguinosa guerra civile, che opponeva fittiziamente posizioni ideologiche (neo-comunisti contro islamo-democratici) ma che in realtà vedeva scontrarsi formazioni claniche (khujandis e kulyabis contro gharmis originari dalle omonime città di Khujand, Kulyab e Gharm) polarizzatesi attorno alle dinamiche della gestione del potere (e della distribuzione di privilegi) caratteristico di un ambito post-sovietico, cioè in assenza di proprietà privata. Il trattato di pace raggiunto del 1997, dovuto anche alle forti pressioni di Mosca per un suo raggiungimento non è a caso simultaneo all’ascesa dei taliban in Afghanistan e ha fatto diventare il Tagikistan la principale base arretrata dell’Alleanza del Nord di Ahmed Shah Massud (assassinato il 9 settembre 2001). A Dushanbe veniva insediato un “governo di coalizione nazionale” presieduto da Imomali Rakhmonov e nel quale erano presenti esponenti di tutti i clan in lotta e militanti del Partito della Rinascita Islamica solo parzialmente infiltrato e sedotto dai taliban. Uzbekistan. La rischiosa sfida del sostegno a Washington
Ma se il Tagikistan non poteva trovarsi coinvolto che suo malgrado nel nuovo “Grande gioco” centro-asiatico, non fosse altro che per i 15.000 soldati dell’Armata Rossa che vi stazionano (8.500 soldati della 201a divisione di fanteria motorizzata, 6.000 guardie di frontiera e un migliaio di spetnatz dei reparti speciali), spalmati sugli oltre 1300 km di confine con l’Afghanistan e se il Kazakstan non poteva essere preso in considerazione in ragione della distanza delle sue basi dal teatro di guerra afghano, varrà invece la pena di descrivere l’ascesa del paese che si pone oggi come l’unica potenza regionale, non a caso scelta dagli Stati Uniti come partner privilegiato e vero perno dell’iniziativa politico-militare in Afghanistan: l’Uzbekistan di Islam Karimov.
Sarà anzitutto opportuno ricordare l’evoluzione, spettacolare se la si considera nel breve arco temporale del decennio, delle relazioni tra l’Uzbekistan e gli Stati Uniti: dopo una fase di osservazione (1991-1995), questi ultimi avevano in diverse occasioni condannato l’autoritario regime di Tashkent per le sue continue violazioni dei diritti umani e dei principii democratici: messa fuorilegge dei partiti di opposizione come l’Erk (Indipendenza) e il Birlik (Unità); arresti indiscriminati, processi arbitrari, etc. Per contro le aperture di questo paese turcofono nei confronti della Turchia (paese aderente alla NATO e dal quale è transitata la richiesta di Tashkent di adesione alla “partnership della pace” vale a dire l’anticamera della stessa NATO); la partecipazione all’embargo nei confronti dell’Iraq di Saddam Hussein e dell’Iran degli ayatollah (attegiamento giunto al biasimo alla Russia per la progettata vendita di reattori nucleari a Teheran) e infine la predisposizione alla cooperazione amichevole con Israele, aspetto che comunque contraddistingue tutti i paesi turcofoni dall’ostilità del mondo iranico e di quello arabo, hanno avuto la meglio. In considerazione di questi fattori, cui si sono aggiunti quello dell’importanza geostrategica regionale dell’Uzbekistan, del suo peso demografico (stimato in 25 milioni alla fine del 2000 cui vanno sommate le consistenti minoranze nelle repubbliche limitrofe) e delle sue forze armate, gli Stati Uniti, lasciati cadere diritti umani e principii democratici, hanno rovesciato il proprio atteggiamento. All’inizio del 1996 tra Tashkent e Washington ha preso il via un programma di cooperazione nel campo della “sicurezza” che non ha mai cessato d’intensificarsi; dal 1998 i servizi d’intelligence dei due paesi collaborano con scambi regolari d’informazioni in primo luogo sull’Afghanistan e gli istruttori dell’esercito degli Stati Uniti partecipano alla formazione delle truppe uzbeke. Nel gennaio 1999 tale collaborazione culminava nel formale ritiro dell’Uzbekistan dal “Patto di sicurezza collettiva della CSI” (cioè l’alleanza militare delle ex-repubbliche sovietiche costituita attorno alla Russia) e addirittura nel corso dello stesso anno venivano siglati accordi per costruire una base da affittare agli Stati Uniti a Uchkuduk nel bel mezzo del deserto del Kyzyl Kum, ma i lavori dovettero venire vennero abbandonati dopo pochi giorni, in seguito alla durissima protesta di Mosca. Ma Mosca non ha potuto impedire che, infrangendo la continuità di decenni di egemonia politica e di presenza militare russa prima e sovietica poi, lo scorso 6 ottobre la 10a divisione dei Rangers dell’United States Army potesse installarsi nella base uzbeka di Khanabad a circa 200 km dalla frontiera aghana. La sensazione generale è che, vista la rapidità con la quale sono stati costruiti diversi nuovi edifici in cemento armato, la presenza dei boys dovrebbe prolungarsi ben oltre la fine delle operazioni sul territorio afghano. Del resto come ha dichiarato lo stesso Segretario di Stato alla Difesa Donald Rumsfeld nel corso della sua visita a Tashkent il 5 ottobre scorso: “Dovrebbe ormai essere chiaro per tutti, che gli interessi statunitensi in Uzbekistan sono a lungo termine”. Appare pertanto evidente, che Tashkent intende trarre attualmente i maggiori benefici possibili sia economici che politici, dalla nuova situazione determinatasi: già le ricadute della cooperazione con gli Stati Uniti sembrano farsi sentire e si annunciano ben più consistenti e variegate nel futuro: dalla cooperazione propriamente detta, al trasferimento di tecnologie, dall’intensificarsi degli scambi commerciali, all’intercessione degli USA in favore di Tashkent nelle organizzazioni internazionali: la World Bank, il World Trade Organisation, il Fondo Monetario Internazionale. Proprio l’FMI che aveva tagliato le linee di credito all’Uzbekistan fin dal 1996 e la cui delegazione aveva lasciato il paese nell’aprile scorso ha da poco riallacciato rapporti ufficiali con le autorità uzbeke, mentre i prestiti (centellinati nel primo decennio dell’indipendenza) affluiscono ora in maniera stranamente copiosa per iniziativa della World Bank e della BERD…. all’inizio di ottobre tre differenti accordi sono stati siglati con tre società: una statunitense, una australiana e una israeliana per lo sfruttamento delle miniere d’oro divenute la seconda fonte di divisa pregiata dell’economia uzbeka (quinto produttore mondiale con 80.000 kg/anno) seconda solo al cotone. La “repubblica cotoniera” dell’Uzbekistan è inoltre terzo esportatore mondiale di questa fibra naturale (gli USA sono leader) e c’è da stare certi che anche in questo settore le elargizioni saranno generose (sementi OGM, tecnologia, export facilitato…). Inoltre il 22 ottobre gli Stati Uniti si sono impegnati a decontaminare il poligono di armi batteriologiche situato sull’isola di Vozrojdiénie (nel lago di Aral), nel quale si trova la più grande riserva conosciuta al mondo di antrace. Nello stesso periodo un po’ più a sud in Afghanistan il padishah degli uzbechi afghani, generale Rachid Dostum riconquistava Mazar-i Sharif, mentre un altro uzbeko Djumaboi Khodjiev detto Jumaa Namangani, leader del Movimento Islamico dell’Uzbekistran (cui sono stati attribuiti gli attentati al presidente Karimov a Tashkent del 16 febbraio 1999 che fece 15 vittime e 150 feriti) e divenuto luogotenente di Ben Laden veniva ucciso durante l’assedio di Kunduz.
Concludendo a Mosca ce n’è abbastanza per essere allarmati e anche se non tutti gli alti comandi russi sono acquisiti alle tesi di Leonid Ivachov (il maggiore stratega dello stato maggiore russo) che recentemente ha accusato gli Stati Uniti di avere “messo in scena” le azioni terroriste dell’11 settembre per potere così “dominare il pianeta”, anche altri come il generale Nikolaev, responsabile del comitato di difesa della Duma russa in un misto di frustrazione e preoccupazione recentemente dichiarava: “Se gli americani hanno potuto installarsi in Uzbekistan, allora non ci sono più regole! Cosa direbbero gli americani se noi ci piazzassimo in Messico?”
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