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(Articolo parzialmente riprodotto in: "Guerre&Pace" n. 116, febbraio 2005 e originariamente intitolato: Ucraina: i nuovi confini dell'Impero). Ucraina: Il 52° stato dell'Unione?
La nuova okraina dell'Impero. L'articolo che segue, non pretende svelare la "verità" sul "caso Ucraina", quanto piuttosto limitarsi a proporre piste e percorsi di analisi, suscettibili di contributi, utili anzitutto a coloro che oggi si oppongono alla "guerra globale permanente". A partire dalle vicende accadute in una repubblica ex-sovietica, intendo sviluppare una ipotesi di lavoro, che dà per scontati alcuni assunti di fondo. In primo luogo quello del declino tendenziale della "sovranità" degli stati-nazione, in particolare di quelli in cui tale sovranità è più recente e fragile, come è il caso dello spazio post-sovietico e più precisamente di stati come la Georgia (in cui l'autorità dello stato è stata assente dal 1991, su una porzione perlomeno pari ad un terzo del territorio) e l'Ucraina (paese diviso in due insiemi più o meno identici sul piano demografico; quello orientale, relativamente ricco e russofono [Donbass e Crimea] che guarda alla Russia e quello occidentale [ex-Volinia e Podolia con capitale regionale Lwiw] più sfavorito economicamente, prioritariamente agricolo ed etnicamente eterogeneo, che invece nei secoli si è sempre rivolto verso Occidente). Conseguentemente al trasferimento di sovranità, corrisponde l'affermazione graduale ma inesorabile, di una nuova sovranità globale. La forma di quest'ultima è storicamente inedita, poiché vi concorrono numerosi organismi sovranazionali, che però contribuiscono tutti ad un'unica logica di potere. Questa logica di fondo, malgrado alcune apparenti contraddittorietà, è legata all'espansione del sistema capitalistico di produzione. Nel "caso georgiano" come in quello "ucraino" (ma in nuce abbiamo ad esempio l'Uzbekistan e la Moldova) i tre passaggi mi sono sembrati limpidi: cessione-estinzione sovranità; affermazione neo-sovranità globale; affermazione modo tardo-capitalistico di produzione, nel quadro di un nuovo ordinamento mondiale. Si tratta delle tappe chiave, che altri prima del sottoscritto, hanno definito "occidentalizzazione" e globalizzazione", personalmente vi preferisco il concetto di "Impero" e mi sembra indicativo che i due casi sopra richiamati, siano proprio territori "di frontiera", come la Georgia caucasica e l'Ucraina, il cui nome deriva da okraina e significa "i confini": ecco appunto, i nuovi "confini imperiali" del tardo-capitalismo. Le no man's lands della sovranità globale. In una serie d'interventi precedenti, ho cercato di precisare il ruolo determinante, assunto nel lungo periodo da iniziative (anzitutto) economiche, ma anche politiche e culturali di carattere internazionale, ma specificatamente progettate per lo spazio post-sovietico, promosse a vario titolo dall'Unione Europea, dalla BERD, dall'OCSE, dal FMI, dalla NATO, da varie ONG, o ancora dalle amministrazioni e dalle fondazioni private statunitensi. In altri termini, ho tentato di focalizzare alcune tappe di quella che potremmo definire "occidentalizzazione indotta", un percorso che a mio avviso era ed è, dotato di una coerenza propria e che vede la luce nel 1993 con l'enfatico progetto dell'Eurasian Corridor (e i relativi capitoli di spesa: Traceca, Inogate e Srar). Esso prosegue poi nel 1997 a Strasburgo (?) con la costituzione nel GUAM delle repubbliche ex-sovietiche, in opposizione più o meno dichiarata con Mosca e con la CSI e infine, subisce una forte accellerazione dopo l'11/9, con gli interventi militari in Afghanistan e Iraq e con gli insediamenti militari statunitensi e occidentali (in vista della "messa a regime" della partnership con la NATO) in Uzbekistan, Kirghizstan e Georgia. Un processo culminato, con gli avvicendamenti di potere a Tbilissi e a Kiev, che porteranno alla ribalta leadership dichiaratamente pro-occidentali. All'Unione Europea in verità, non sono mai mancati rilevanti punti di forza per influenzare il corso degli avvenimenti ucraini. I dati ufficiali di Bruxelles, riferiscono che dal 1991 ad oggi, i "programmi di assistenza" più sopra citati, insieme a quelli economici ed umanitari (?) inscritti nel TACIS, destinati all'Ucraina, rappresentano un montante totale di un miliardo e mezzo di dollari. Si consideri ad esempio, che l'Europa a venticinque stati, insidia da vicino il primato russo (di primo partner commerciale dell'Ucraina) e che Bruxelles potrebbe giocare un ruolo determinante nel favorire o meno nel 2005, l'accesso di Kiev all'OMC. D'altra parte, la BERD (Banca Europea Ricostruzione e Sviluppo) è il primo prestatore "multilaterale" di fondi all'Ucraina, davanti alla World Bank. Da parte loro gli Stati Uniti, rappresentano il primo locatore di fondi del paese slavo, davanti a Canada e Germania. Come ricorda il Presidente della BERD Jean Lemierre: "Con Circa 200 milioni di dollari l'anno, l'Ucraina è il terzo beneficiario dell'aiuto americano dopo Israele ed Egitto". Vale a dire che Washington ha sempre potuto disporre di una potente leva, per imporre a Kiev il rispetto di alcuni principii, giacché questa generosità finanziaria è attentamente normata nel Freedom Support Act (FSA) e quindi non intende (e non può) prescindere dall'evoluzione del quadro politico ucraino. Ad esempio, nel 2002 Washington annunciava una "pausa del suo programma di aiuti", poiché durante le elezioni legislative l'OCSE registrava il verificarsi: "di abusi amministrativi, pressioni esercitate sui parlamentari e censura dei media". Più o meno nello stesso periodo, si veniva a conoscenza di registrazioni segrete, che testimoniavano che il Presidente ucraino Leonid Kuchma, aveva personalmente approvato la vendita clandestina del sistema radar di "allerta precoce" denominato "Kolchuga", all'Iraq di Saddam Hussein, in violazione dell'embargo. L'Ucraina entrava così nella lista americana degli "stati canaglia". Kuchma, veniva declassato al ruolo di gangster infrequentabile, al pari del suo omologo bielorusso Lukashenko e sarà solo grazie all'attivismo diplomatico polacco, che Kiev potrà inviare delle truppe in Iraq, mettendo fine al suo isolamento, benché da quel momento più di un analista abbia considerato "spacciato" il destino politico di Kuchma e dato come ovvia una riconsiderazione di fondo del "dossier ucraino" a Washington. Dei caratteri comuni delle "rivoluzioni permanenti" in area ex-sovietica. Pur non essendo uno slavista, mi sono dovuto in qualche modo rassegnare ad occuparmi dell'Ucraina, in considerazione delle evidenti coincidenze con il precedente della cosidetta "rivoluzione della rosa" in Georgia. 1) In primo luogo in ragione delle affinità tra le personalità politiche "emergenti"; 2) in secundis, per l'"affratellamento" espressamente dichiarato tra i movimenti scesi in piazza nei due (e in diversi altri) paesi ex-socialisti o ex-sovietici e nella loro evidente disponibilità di mezzi economici, mezzi comunque tali, da garantire loro la disponibilità di media radio e/o televisivi, di "massa"; 3) in terzo luogo, per la comune genericità dei temi di fondo agitati nei due casi. 4) Infine, per il grande peso assunto anche nella vicenda ucraina, dalle "ingerenze" internazionali, benché mi renda conto solo rileggendo queste righe, che quest'ultimo aspetto non andrebbe elencato last but least, ma sia invece da mettere al primo posto in questa mia gerarchia di similitudini. Giovani "veterani" della politica. 1) In merito al primo punto, colpisce il fatto che Mikhaïl Saakashvili, cioé il nuovo presidente georgiano, presenti più di un tratto comune con Viktor Yushenko. Non è casuale infatti che i due abbiano pubblicamente celebrato insieme sul palco della piazza dell'Indipendenza a Kiev, sia il Capodanno, che la vittoria del nuovo presidente ucraino. Entrambi infatti, si dichiarano pro-occidentalisti, più intransigente ed ideologico il primo, più gradualista e pragmatico il secondo; entrambi tuttavia ben lungi dal rappresentare delle novità, sono invece dei "veterani" della politica: il 36enne Saakashvili aveva già ricoperto le cariche di Ministro di Giustizia e sindaco di Tbilissi, mentre Yushenko è stato Presidente della Banca Centrale Ucraina (BNU) dal 1993 al 1999, anno in cui diveniva Primo Ministro fino all'aprile 2001. Viktor Yushenko nasce il 23 febbraio 1954 a Khorujevka (Sumy) una località agricola a 350 km a nord-est di Kiev; i genitori sono insegnanti, la madre di matematica e il padre d'inglese (le lezioni di quest'ultimo, gli permetteranno una buona conoscenza della lingua anglosassone parlata e scritta, aspetto non trascurabile negli scambi multilaterali dell'Ucraina post-indipendente); ancora minorenne si trasferirà in un istituto economico di Tarnopol (nell'ovest del paese) dove si specializzerà in "contabilità del settore agricolo". Il giovane Viktor, dopo essere stato contabile in un khokhoz di Ivano-Frankisk, diverrà per circa un decennio rappresentante di una banca di stato a Ulianovka, finché nel 1986 si trasferirà nella capitale, per occupare la poltrona di vicedirettore della stessa istituzione finanziaria. Di lì a poco in piena perestroika, verrà notato da un aparatchik che successivamente gli farà da mentore, si tratta di Vadim Hetman, un economista dell'era sovietica alla testa della Agroprombank. In seguito all'indipendenza del paese, Hetman verrà nominato direttore della Banca Centrale Ucraina e sceglierà Yushenko come suo vice, accogliendovi diversi altri giovani economisti dalla reputazione "liberale". Quando nel 1993 Hetman deciderà di andare in pensione, gli affiderà la sua poltrona di "governatore". E sarà proprio in questa veste, che Yushenko acquisirà fama internazionale di tecnocrate capace, nonché quella di "riformatore" moderato e dalle convinzioni liberali; un interlocutore molto apprezzato nelle istanze occidentali (a cominciare da FMI e OCSE). A questo ruolo si deve inoltre buona parte della sua popolarità interna, grazie al lancio (nel 1996) e alla successiva gestione della nuova moneta nazionale: la hrivna (o grivna) con cui ha messo fine agli anni dell'inflazione galoppante e dei disastrosi esperimenti finanziari dei karbovanets e dei kuponi (coupon) contraddistinti dai multipli zero e dal potere d'acquisto che si decurtava nel giro di pochi giorni. All'approssimarsi delle elezioni presidenziali del 1999, Vadim Hetman esprimerà la sua intenzione di candidarsi contro Leonid Kuchma, ma il 22 aprile 1998, il suo corpo verrà ritrovato crivellato di proiettili nell'ascensore dell'immobile della sua abitazione. Così Leonid Kuchma, arrivato al potere nel 1994, ex-direttore di una prestigiosa fabbrica di missili sovietici, potrà venire rieletto, sembrerebbe non senza brogli e non senza il sostegno determinante di Boris Berezovskji, a quel tempo ancora "eminenza grigia" del Cremino e di Boris Eltsin. La "pasionaria" in tailleur arancione. 1bis) Come la "rivoluzione delle rose" georgiana, anche la "rivoluzione arancione" ucraina, comporta la presenza di una figura femminile, meglio ancora se la "pasionaria" in questione è dotata di una certa avvenenza e di carisma politico; nel primo caso si trattava di Nino Burdjanadze, nel secondo di Iulia Timoshenko. Laureata alla facoltà di economia di Dniepropetrovsk (nell'est russofono del paese) troverà il proprio mentore nell'ex-governatore della regione: Pavel Lazarenko. Personaggio vicino alla presidenza Kuchma e Primo Ministro dal maggio 1996 a luglio 1997, Lazarenko cadrà in disgrazia per avere "stornato" colossali somme di denaro, in "società schermo" con sede in paradisi fiscali off-shore e su conti correnti elevetici. Arrestato nel 1998 a Basilea, Lazarenko risulta attualmente detenuto a San Francisco, per il riciclaggio di 114 milioni di dollari. Tuttavia, negli anni in cui era al potere, Lazarenko aveva trovato il modo di costituire una nuova compagnia di distribuzione del gas, la SEU (Sistema Energetico Unificato) affidandola proprio a Iulia, che in questo periodo poteva così imbastirsi una discreta fortuna personale (acquisendo il popolare nomignolo di "principessa del gas"). Analogamente ai risvolti energetici presenti del "caso georgiano", cioé al "grande gioco" in corso per il controllo delle vie di esportazione degli idrocarburi, ricordiamo che l'80% del gas che raggiunge l'Europa occidentale transita via gasdotti che attraversano l'Ucraina, i destini di Viktor e Iulia s'incrociano. Yushenko allo scopo di rilanciare l'economia, metterà in piedi un sistema (ritenuto trasparente in Occidente) di pagamenti nel settore energetico, nel tentativo di superare la grave insolvenza cronica derivata dalla forte dipendenza energetica nei confronti di Mosca; di fatto abolirà il baratto e lo scambio di merci; per contro, si farà promotore di grandi privatizzazioni di cui profitteranno in primo luogo alcune società russe come Lukoil (idrocarburi) e RussAl (alluminio). Tuttavia, a seconda del grado di fedeltà ai principii del liberalismo che il lettore adotti, si opporrà (coerentemente o contraddittoriamente) al progetto di trasformazione del vertiginoso debito energetico ucraino, in un trasferimento a Gazprom della rete nazionale di pipelines, considerandolo un "attentato" alla sovranità del paese. Queste iniziative assicureranno a Yushenko una popolarità ancora maggiore, che toccherà il suo apice grazie alle sue seconde nozze con Ekaterina Shumashenko, i cui genitori erano emigrati negli Stati Uniti, durante la Seconda Guerra Mondiale. Laureata a Chicago e a Georgetown (a Washington), Ekaterina si stabilirà nel 1992 in Ucraina, dove lavorerà ad un programma educativo finanziato dal governo americano, a titolo del quale organizzerà stage di formazione per giovani politici ucraini. I due si conosceranno in aereo nel corso di uno di questi viaggi. In ogni caso, i provvedimenti di Yushenko finiranno per minacciare al cuore l'oligarchia, o meglio quello che è stato definito il "Sistema Kuchma" e ne provocheranno le dimissioni nell'aprile 2001, dopo il voto di sfiducia della Rada (Parlamento). Da parte sua Iulia, approfittando del nuovo quadro economico delineatosi, avrà buon gioco nel costruirsi rapporti privilegiati con ambienti d'affari russi legati al settore energetico, ma troverà anche il tempo di dedicarsi alla sua formazione politica, il Baktivshina (Madrepatria) nella quale cercherà senza successo di coinvolgere Yushenko. La sua strategia consisterà in un confronto/scontro sempre più aperto con il potere. Iulia non ha infatti più nulla da perdere: nel febbraio 2001 dei provvedimenti giudiziari per "corruzione reiterata", la condurrano nelle patrie galere per quarantadue giorni. La prima occasione politica tuttavia, le si presenta con lo scandalo del ritrovamento del cadavere decapitato di un giornalista d'inchiesta: Gueorgui Gongadze, che fungerà da catalizzatore delle grandi manifestazioni che porteranno alla nascita del movimento battezzato: "Ucraina senza Kuchma", nella quale avrà modo di dimostrare il suo talento di oratrice. I palazzi del potere scricchiolano. Addirittura in una lettera aperta, il finanziere americano George Soros, consiglia al Presidente Kuchma di dimettersi. Yushenko è esitante; divenuto un difensore fervente dello stato di diritto e un feroce oppositore della corruzione e del "sistema" presidenziale, si dedica al suo movimento chiamato Nostra Ucraina, che alle legislative del 2002 diviene la prima forza politica del paese con 112 seggi su 450, ma non concretizza alcun risultato politico. Nella primavera del 2004, finalmente gli sforzi di Iulia per convincere Yushenko a divenire leader dell'opposizione vengono premiati e anzi suggellati da un accordo politico tra Nostra Ucraina, e quello che nel frattempo è divenuto il "Blocco Iulia Timoshenko", che prevede che nel caso in cui Yushenko acceda alla Presidenza, a Iulia vada la poltrona di Primo Ministro. A questo punto più combattiva che mai, Iulia deciderà di cambiarsi look: si tingerà di biondo i capelli, acconciandoli con una treccia arrotolata sulla testa e in inverno, si comprerà un tailleur arancione. Una mouvance di movimenti affiliati tra loro. 2) Vale senz'altro la pena giunti a questo punto, sottolineare come i movimenti di piazza in azione in Georgia e in Ucraina, siano (e soprattutto si considerino tra loro) gemelli, a cominciare anzitutto da un medesimo modus operandi: gruppi di militanti particolarmente mobili, che scelgono un simbolo semplice, chiaro e ben visibile, declinandolo anche su manifesti, adesivi e spille (aggredendo così l'universo della moda giovanile), inventano slogan e neologismi carichi d'ironia e nel contempo sempre nuovi (ad esempio creando in poche ore un proprio inno hip-hop), comunicano con i cellulari e utilizzano abbondantemente Internet, per aggirare la censura, ma anche per farsi conoscere e coordinarsi tra loro. Più precisamente la branca ucraina, che si è scelta il nome di "Pora" (É l'ora) nasce poco meno di un anno fa, sulla base del successo degli eventi georgiani e sulle ceneri di quella "prova generale" che nel 2001 era stata "Ucraina senza Kuchma". Le sue radici storiche sembrano però più profonde perché risalgono all'opposizione "etno-ecologica" nata dopo l'incidente di Chernobyl (26 aprile 1986) e agli anni della dissidenza sovietica. Secondo Volodymyr Lessik, uno dei portavoce, l'organizzazione può contare su non meno di 300.000 membri e simpatizzanti, con uno zoccolo duro di 3. 000 attivisti, per lo più studenti liceali e universitari. Pora ha attinto alle esperienze di Otpor (movimento che ha partecipato nel 2000 al rovesciamento di Milosevic in Serbia e da cui Pora ha mutuato come proprio, uno dei simboli cioè il bersaglio giallo in campo nero) e di Kmara (che contribuì in modo decisivo alle dimissioni di Shevardnadze nel 2003 in Georgia). Come dichiara Lessik: "I nostri amici di Belgrado e Tbilissi sono venuti a darci dei consigli" ed ammette poi che tra gli altri "consiglieri" di Pora, vi sono stati anche quelli (già avvistati a Tbilissi) del National Democratic Institute statunitense. Del resto, la maggior parte degli analisti, perfino quelli non collusi con il potere ucraino, concordano sul fatto che i finanziamenti ricevuti da Pora, provenivano essenzialmente da fondazioni europee ed americane, tra cui quella di George Soros, benché le implicazioni "filantropiche" di quest'ultimo, non siano in questo caso evidenti come lo furono in Georgia. Sollecitata su questo punto, da un corrispondente francese di Le Monde, che nel giro di poche ore aveva assistito all'estrazione da fiammanti imballaggi della catena tedesca Metro, di centinaia di tende, sacchi a pelo, giacconi imbottiti e alla loro distribuzione ai manifestanti che affluivano nella piazza dell'Indipendenza, provenienti dalla Khreschatyk (la più importante arteria della capitale ucraina), un altra portavoce del movimento, Nina Sorokopud, rispondeva con difficoltà e cercava di cavarsela con una formula sibillina: "Non riceviamo alcun finanziamento diretto (??? N.d.A.) dagli Stati Uniti, tutta l'operazione (dell'occupazione della piazza dell'Indipendenza, N.d.A.) é finanziata da donazioni locali in denaro o in natura". Sta di fatto tuttavia, che in pochi mesi attorno alle tre principali anime dell'opposizione: Pora, Nostra Ucraina di Yushenko e il "Blocco Iulia Timoshenko", confluiranno varie soggettività opportuniste e "deluse" da Kuchma, ma soprattutto altre due componenti: quella dei nazionalisti estremisti (in Georgia si trattava degli zviadisti) eredi del Banderismo collaborazionista con i nazisti e anti-semita. (Ma quella dell'anti-semitismo ucraino [o ad esempio lettone] è una lunga storia che meriterebbe un capitolo a sé; basterà qui ricordare che Babi Yar, è a pochi km da Kiev, ovviamente si tratta della Babi Yar di Evtushenko). La seconda sarà infine quella della Chiesa Uniate o greco-cattolica (gli unici ortodossi che riconoscono l'autorità del Papa) in merito alla quale occorrerebbe anche in questo secondo caso dilungarsi, per poterne capire le profonde implicazioni storiche. La tecnica delle comunicazioni e della mobilitazione di massa. 2bis) É chiaro inoltre, che i movimenti di cui ci stiamo occupando, hanno evidenziato un'ottima conoscenza delle tecniche di comunicazione di massa, parte integrante di un loro background comune; Otpor a Belgrado trasmetteva da Radio B-92, Kmara a Tbilissi dal canale Rustavi 2 e infine a Kiev, Pora poteva disporre di Kanal 5 (ogni riferimento italiano è puramente casuale…). Unica stazione televisiva tra le sette esistenti nel paese espressione dell'opposizione e chiusa in occasione del primo turno elettorale (31 ottobre) la sua odiens è letteralmente esplosa nelle settimane intercorrenti tra il secondo e terzo scrutinio (tra il 21 novembre e il 26 dicembre): sulla base di un palinsesto fondato su interminabili telethon in diretta dalla piazza dell'Indipendenza di Kiev, luogo in cui veniva anche ritrasmessa su schermi giganti. Accusata da Kuchma di "partecipare al colpo di stato organizzato dall'opposizione", Kanal 5 ha declinato in tutti i modi possibili l'ingrediente base del movimento, ovvero la lotta alla corruzione, ha celebrato l'"Occidentalità" del paese ed ha infine magistralmente imbastito il coup de théâtre mediatico dell'avvelenamento di Yushenko. Aspetto sul quale sembra attualmente impossibile riuscire ad assumere un giudizio oggettivo, nel senso che i medici appaiono divisi. Se effettivamente il tasso di diossina riscontrato nel sangue di Yushenko (e già sulla tipologia ed affidabilità del test utilizzato, la comunità scientifica è ampiamente divisa) è effettivamente pari a 1.000 volte superiore ai valori normale, non sussisterebbero dubbi sulla premeditazione dell'avvelenamento, come sostiene Nikolai Korpan (il medico personale di Yushenko) nel Times dell'8 dicembre 2004. Secondo altri pareri medici però, occorre maggiore prudenza; la moderna tossicologia non dispone di una letteratura scientifica sull'avvelenamento "da ingestione" di diossina, limitata invece alla "ingestione per via aerea", tra cui ad esempio spicca, lo studio farmacologico sulla vicenda di Seveso del 1976. In seconda istanza è piuttosto diffusa la convinzione che il decorso tossico imputabile alla diossina (che non è un agente ad effetto immediato) si sviluppi lentamente e solo dopo un certo lasso di tempo e che a tale proposito i 5 giorni tra la presunta cena di Yushenko con i servizi segreti ucraini e il ricovero a Vienna, paiano pochi. Pare tuttavia di capire che per l'"homo videns", quello che resterà è che Yushenko sia stato avvelenato (vero o falso che sia), più o meno come i bambini di Timisoara, sono stati barbaramente trucidati dal sanguinario Ceausesco, in combutta con la Securitate. La presenza-assenza della classe operaia. 3) L'aspetto mediatico della "rivoluzione arancione", appare ancor più decisivo se paragonato anche brevemente alle parole d'ordine in campo, o forse sarà meglio dire della loro inconsistenza. Similmente al caso georgiano, si noterà infatti come queste siano tutte in linea di massima riconducibili ad una generica quanto indeterminata "lotta alla corruzione" (terreno demagogico per definizione) e ad una imprecisata modernizzazione, ergo intesa come un'"occidentalizzazione" necessaria ed urgente del paese. I reportages giornalistici mostrano inequivocabilmente un'euforia collettiva, nella quale gli slogan esprimono un mix di lapsus e una visione mitizzata dell'Occidente, che sembra rilevare, più che della politica, della psicologia di massa e dell'antropologia culturale. Citiamo alcuni casi a titolo di esempio: È tempo di liberare l'Ucraina". "L'Ucraina in Europa". "Il risveglio della nazione/La nascita di una democrazia". "Vogliamo una vita normale e un lavoro normale". "Guardiamo gli europei e comprendiamo la nostra miseria". "Vogliamo un'Ucraina europea, felice e ricca". "Con la vittoria della democrazia, siamo più vicini agli standard europei". "Le nostre armi sono l'amore e la verità" (quest'ultima è stata praticamente il simbolo della "rivoluzione di velluto" del 1989 a Praga, forse il prototipo politico di tutte le rivoluzioni "occidentaliste" a venire). Un dettaglio di non poco conto però nell'intera vicenda ucraina, é la completa assenza, anzi è il caso di dire il "silenzio assordante", di una possente classe operaia (anzitutto minatori e metallurgici) che durante lo sciopero dell'estate del 1989 aveva occupato Kiev con centinaia di migliaia di lavoratori (evento replicato nel 1991) e oltre alle rivendicazioni classiche (aumento dei salari e maggiore sicurezza sul posto di lavoro) chiedeva niente-popò-di-meno che il "controllo operaio" sulla produzione. Nei mesi che verranno, nel dopo-Kuchma, sapremo se questo attore politico ha ancora una voce in capitolo. L'invenzione della "solidarietà transatlantica". 4) Per concludere, ritengo che l'argomento di cui ci stiamo occupando, evidenzi l'avvento irreversibile del "diritto d'ingerenza"; l'ordine dell'Impero infatti, non si fonda solo sull'utilizzo della forza, ma bensì sulla capacità di rappresentare questa forza, come se essa fosse al servizio del diritto, della pace e della democrazia. In questo senso il "diritto d'ingerenza" è da considerare il più importante requisito giuridico dell'ordine imperiale stesso, espressione-estensione nel contempo di "valori universali", siano essi i diritti umani in Kosovo, il rispetto dei confini in Kuwait, la guerra al narcotraffico in Colombia o la prevenzione contro le "armi di distruzione di massa" in Iraq. Anche nel caso dello spazio ex-sovietico, non possiamo che registrare la piena "effettualità" di questo dispositivo, in particolare in capitali come Kiev o Tbilissi, nelle quali le ingerenze internazionali in quanto "stabilitori" di sequenze di eventi, sono state di rilievo notevole. In questo quadro, non va ad esempio sottovalutato il peso del latente conflitto religioso in Ucraina. La presenza di Lech Walesa con i retaggi di Solidarnosc (le dita a V) e l'esplicito intervento papale del 24 novembre 2004 (non va neppure dimenticata la visita "pastorale" del Papa del giugno 2001: trionfale a Lwiw, ma glaciale a Kiev), erano stati preceduti da manifestazioni pro-Yushenko dal carattere di processioni religiose, poiché folkloricamente precedute dalla statua della Madonna e dalla presenza di Monsignor Liubomyr Husar (arcivescovo della locale Chiesa greco-cattolica) che hanno messo in luce la potenza di questa comunità in quanto "vettore di occidentalizzazione" e hanno testimoniato l'influenza degli Uniati (sinonimo di greco-cattolici, maggioritari nell'ovest del paese) compattamente schierati con Yushenko. Per contro, l'ortodossia del Patriarcato di Mosca (alla quale peraltro si richiama Yushenko) ha altrettanto plebiscitariamente scelto come proprio candidato Yanukovitch, mentre quella "autocefala" del Patriarcato di Kiev, ha cercato di avvantaggiarsi della situazione, con la neutralità. Sono numerose le istituzioni e le cancellerie intervenute nella "transizione" ucraina, per sostenere apertamente l'opposizione (Francia e Germania hanno goidicato come inevitabile il ricorso ad un "terzo turno" elettorale) benché lo zelo maggiore sia giunto da personalità come Vaclav Havel e dai paesi "neo-europei", tramite i presidenti estone ed ungherese, ma soprattutto quelli lituano e polacco. Questi ultimi, Valdas Adamkus e Alexander Kwasnieski, sono anche stati direttamente coinvolti nella "commissione di mediazione" (incaricata di trovare una soluzione politica alla vicenda brogli- annullamento secondo turno, fissazione terzo turno elettorale) insieme al rappresentante della Duma russa, Boris Gryzlov e a Javier Solana, responsabile della politica estera della UE (tra i maggiori "decisori" della guerra in Kosovo). Numerosi sono stati anche gli interventi statunitensi, tra cui quello particolarmente "creativo" di Colin Powell: "Non possiamo accettare questo risultato (l'elezione di Yanukovitch, N.d.A.) come legittimo, poiché ci saranno delle conseguenze per le speranze d'integrazione euro-atlantiche dell'Ucraina". Powell ha inoltre avuto modo d'insistere particolarmente sulla "solidarietà transatlantica" (???, N.d.A.) con Yushenko e con il popolo ucraino. Il presidente russo Putin è sembrato più realista, cosciente di vivere un momento di "crisi epocale" per il suo paese, ha dichiarato: "Quello che preoccupa, sono i tentativi di risolvere dei problemi politici con mezzi illegali. La cosa più pericolosa, è la comparsa di sistemi di rivoluzioni permanenti, che siano rosa o blu…[omissis] Se ci si impegna sulla via delle rivoluzioni permanenti, l'insieme dello spazio post-sovietico, sarà confrontato ad una serie di conflitti interminabili, che avranno pesanti conseguenze". Concludendo il suo intervento, ha poi acidamente ironizzato sul fatto che gli stessi osservatori dell'OCSE che hanno denunciato i "brogli" elettorali in Ucraina, probabilmente non ne registreranno alcuno nelle imminenti elezioni iraqene, in un paese cioè "occupato al 100%". Ma questa è un'altra storia. Materiali di riferimento Si vedano i miei precedenti articoli sulla Georgia: In merito alle fonti giornalistiche: Si vedano per una bibliografia essenziale sull'Ucraina: |