15 novembre 2002
Oggetto:
Note preliminari relative allo Studio di Impatto Ambientale del progetto di
Centrale termoelettrica a ciclo combinato di Bentivoglio (BO) proposta dalla
società Mirant Techint
Le
presenti note intendono contribuire alla valutazione dei rischi per la salute e
per l'ambiente, da parte delle popolazioni interessate, insiti nella proposta
di realizzazione di una centrale termoelettrica a ciclo combinato a gas metano
della potenzialità di 753,4 MW elettrici netti che le società Mirant Techint
intendono realizzare a Bentivoglio (BO). In particolare si farà riferimento
allo Studio di impatto ambientale ed ai relativi allegati, redatto dalla
società 3E Ingegneria Srl, datato giugno
2002.
Le
stesse costituiscono osservazioni al SIA suddetto ai sensi del DPCM
27.12.1988.
Un primo cenno occorre svolgerlo relativamente al “profilo del proponente” ovvero alle due
società Mirant Italia / Gruppo Mirant e Gruppo Techint.
Nel capitolo 1.1.2 viene offerta una sintetica
panoramica delle attività delle due società. In considerazione che nel SIA si sottolineano le scelte di
tutela ambientale che sarebbero state svolte per ridurre l’impatto della centrale
in progetto corre l’obbligo ricordare che entrambe le società non possono
essere annoverate tra quelle con una particolare attenzione agli aspetti
ambientali.
La Southern
Company oltre ad essere una delle società “responsabili” del black out
elettrico della California nel corso del 2000, è tra le tre società USA
(assieme alla American Electric Power e la Tennessee Valley Authority), nel
gruppo delle 100 società esaminate dal Ceres, una società di studi americana,
che producono in assoluto le maggiori quantità di emissioni.
La Techint, assieme all’Agip, partecipa alla
realizzazione dell’ “Oleducto Crudos
Pesados” (OCP), si tratta di un oleodotto lungo 500 km di petrolio greggio
in costruzione in Equador ad altissimo impatto ambientale in quanto attraversa
praticamente tutte le diverse aree naturali del paese comprese 11 aree
protette e la foresta tropicale. Di
fronte alle proteste degli indigeni, degli ambientalisti locali e
internazionali (italiani compresi) le istituzioni locali hanno sempre risposto
con la repressione, l’incarceramento e l’espulsione in caso di attivisti
stranieri (recentemente di un italiano).
Per quanto concerne le motivazioni del progetto,
principalmente, le società proponenti
fanno riferimento al "nuovo scenario
energetico nazionale" costituito sostanzialmente dal processo in corso di liberalizzazione del mercato
dell’energia elettrica, dal raggiungimento degli obiettivi del protocollo di
Kyoto in termini di riduzione delle emissioni dei "gas serra", dalla riduzione delle emissioni degli ossidi di
azoto e dall'annullamento di quelle degli ossidi di zolfo e delle polveri,
dalla sicurezza del sistema elettrico nazionale.
L'impianto si inserirebbe in tale prospettiva in
virtù della tecnologia del ciclo combinato a gas naturale che comporta una
riduzione - a parità di kwh prodotto - rispetto ad altre tecnologie impiegate
nelle centrali termoelettriche, emissioni "di ossidi di zolfo e polveri … nulle". Inoltre l'ubicazione
prescelta oltre alla prossimità della linea elettrica di trasmissione e di un
gasdotto con caratteristiche idonee sarebbe altresì dovuta in relazione al
deficit produttivo locale, della regione Emilia Romagna e della provincia di
Bologna, la prossimità con il "polo
industriale" bolognese e modenese, "l'opportunità di incrementare l'occupazione industriale della
zona", la "convenienza per
le industrie presenti nell'area e per quelle di futuro insediamento di
stipulare contratti di fornitura a costi inferiori a quelli attuali" e
"la localizzazione in un'area
industrialmente poco congestionata ed a maggiore 'ricettività ambientale'
".
Viene inoltre affermato che tra le diverse
localizzazioni quelle in provincia di Bologna e l'area di Bentivoglio sarebbero
quelle "risultate più idonee ad
ospitare la centrale in progetto".
A questo punto si passano in rassegna le diverse
norme e atti di pianificazione nazionale e locale per poi concludere in merito
al rapporto tra queste e il progetto.
Seguiamo, per comodità espositiva, le conclusioni
(capitolo 2.9 del SIA).
-
Pianificazione
energetica. Gli obiettivi di programmazione energetica europea costituiti
dall'aumento dell'efficienza energetica, dalla riduzione dell'immissione di gas
serra e dalla riduzione delle emissioni inquinanti, sarebbero "pienamente soddisfatte dalla scelta dl tipo
di centrale e del tipo di combustibile che consentono il massimo rendimento e
il minimo delle emissioni di CO2 conseguibili nella generazione
dell'elettricità da combustibili fossili, l'annullamento delle emissioni di SO2
e delle polveri e una notevole riduzione delle emissioni di NOx" (p.
58 del SIA).
In particolare si pone l’accento sull’effetto
positivo che la realizzazione della centrale avrebbe in termini di produzione
di “gas serra”, senza evidenziare le
criticità dei rapporti tra il progetto stesso – e la cornice nel quale si inquadra
– e questa problematica.
Qui ci limitiamo a evidenziare il contrasto tra tali
affermazione e l’assoluto silenzio – in termini di assenza di valutazioni in
merito – in merito proprio alle emissioni di gas serra (anidride carbonica)
prodotte dalla centrale, se non in termini di generico confronto con gli
impianti esistenti, nonostante che la valutazione delle emissioni di gas serra
sia esplicitamente richiesta dalla normativa (DPR 348/99), su cui torneremo, e il fatto pacifico che la centrale
rappresenta un incremento in termini assoluti di emissioni di anidride
carbonica (e degli altri inquinanti) nell'area interessata.
Inoltre va sottolineato che non esiste alcuna
correlazione tra la realizzazione di nuove centrali termoelettriche a ciclo
combinato con la dismissione di impianti esistenti se non - potenzialmente - in
termini economici.
Ovviamente i gestori di questi impianti (l'ENEL e le
GENCO oramai completamente cedute dall'ENEL) non intendono in alcun modo
dismettere centrali "obsolete" ma
semmai intervenire sui cicli di produzione di energia sia incrementando i
rendimenti (con cicli combinati) sia modificando il combustibile (con un
passaggio tendenziale al carbone, di minore costo rispetto al gas naturale) per
sopperire ai maggiori costi e rimanere concorrenziali.
La delibera CIPE 19.11.1998 (in fase di revisione)
indica tra le azioni per conseguire per il raggiungimento degli impegni
nazionali di riduzione dell’emissione di gas serra, anche l’aumento di
efficienza del sistema elettrico rimandando al Ministero dell’industria
l’individuazione di “criteri e misure per
aumentare l’efficienza del parco termoelettrico, a partire dagli impianti di
produzione di energia che comportano alti consumi e basse rese” destinati,
sempre secondo la delibera CIPE, a un ruolo marginale per effetto della
liberalizzazione del settore.
Non
si tratta, dunque, di un riconoscimento aprioristico che la realizzazione di
nuovi impianti – nel nostro caso cicli
combinati basati sulla tecnologia dei turbogas – di per sè configuri una
riduzione delle emissioni bensì una
sottolineatura della necessità di interventi sul parco termoelettrico
esistente.
La
delibera CIPE anzidetta, attualmente in fase di revisione, ha indicato le
modalità di raggiungimento degli obiettivi di riduzione dei “gas serra” in Italia (l’obiettivo e la
riduzione del 6,5 % delle emissioni rispetto al 1990 corrispondenti ad una riduzione pari a 100.000.000 di
tonn/anno di CO2) illustrate anche nel “Libro bianco per la valorizzazione energetica delle fonti rinnovabili” (aprile 1999) che ha
l’obiettivo di individuare gli strumenti e le iniziative atte alla
realizzazione degli obiettivi fissati dalla delibera del CIPE 137/98 che per
comodità si trascrivono nella tabella 1.
Tabella 1. Azioni nazionali
per la riduzione delle emissioni di gas serra
|
Azioni |
Mt CO2 2002 |
Mt CO2 2006 |
Mt CO2 2008-2012 |
|
Aumento di efficienza del parco elettrico |
4/5 |
10/12 |
20/23 |
|
Riduzione dei consumi energetici nel
settore dei trasporti |
4/6 |
9/11 |
18/21 |
|
Produzione di energia da fonti rinnovabili |
4/5 |
7/9 |
18/20 |
|
Riduzione dei consumi energetici nei
settori
industriale/abitativo/terziario |
6/7 |
12/14 |
24/29 |
|
Riduzione delle emissioni nei settori non
energetici |
2 |
7/9 |
15/19 |
|
Assorbimento delle emissioni di CO2
dalle foreste |
- |
- |
(0,7) |
|
TOTALE |
20/25 |
45/55 |
95/112 |
Come si puù
vedere La delibera CIPE citata distribuisce i diversi obiettivi parziali su
altrettanti settori di intervento, nei quali hanno la preponderanza gli
interventi inerenti la riduzione dei consumi energetici.
In
questa prospettiva il ruolo del gas naturale quale sostituto di altri
combustibili fossili è sicuramente positivo sotto il profilo della riduzione
delle emissioni nell’ambito di una “fase
intermedia” verso l’applicazione estesa di “fonti rinnovabili” e a basso impatto ambientale (oltrechè delle
imprescindibili attuazione delle misure di riduzione dei consumi energetici in
tutti i settori). Da tale osservazione non si può però arrivare a definire il
gas naturale come un combustibile “pulito”
grazie al quale qualunque nuovo impianto che utilizzi tale combustibile sia da
considerarsi di per sé un contributo alla riduzione dei “gas serra”.
Sempre in questo contesto non vanno sottaciuti gli
scenari alternativi fondati sostanzialmente sul repowering delle centrali
esistenti, ed in particolare di quelle immesse sul mercato dalle società ex
ENEL, mediante l'uso del gas metano e delle tecnologie di combustione per la
produzione di energia elettrica più recenti.
Questa prospettiva è stata valutata in tempi
precedenti alla liberalizzazione del mercato elettrico e rappresenta certamente
una valida alternativa – anche nell’ambito della liberalizzazione e della
riduzione del deficit dal lato dell’offerta di energia elettrica – rispetto
alla realizzazione ex novo di un elevato numero di nuove centrali
termoelettriche come vedremo più avanti.
Studi effettuati per un utilizzo più efficiente del
gas naturale nell’industria italiana introducendo tecnologie avanzate di
cogenerazione [1] hanno
individuato i seguenti “scenari”
volti anche a ridurre l’impatto ambientale della produzione energetica:
a) ripotenziamento con turbine a
gas avanzate delle centrali a vapore cogenerative già operanti a gas naturale;
b) ripotenziamento con turbine a
gas avanzate anche delle centrali cogenerative alimentate a olio combustibile;
c) sostituzione e applicazione
degli utilizzi elettrici a metano nelle centrali termoelettriche esistenti, a
basso rendimento.
La stima degli effetti di questi scenari ipotizzati
sono quelli riportati nella Tabella 2 che
segue, sia in termini di maggiore produzione di energia elettrica che di
riduzione di consumo di combustibili tradizionali, di effetto sulle emissioni
di gas serra e di altri inquinanti.
Tabella 2.
Effetti degli scenari di intervento sugli impianti termoelettrici esistenti
|
Effetti |
Scenario A |
Scenario B |
Scenario C |
|
Maggior
consumo di gas, GWh |
45.100 |
154.200 |
0 |
|
Minor
consumo di olio combustibile, GWh |
0 |
54.300 |
12.200 |
|
Maggior
produzione elettrica, GWh |
28.300 |
64.800 |
11.300 |
|
Minor
consumo di olio combustibile per evitata produzione elettrica, GWh |
74.500 |
170.600 |
29.700 |
|
Minor
fabbisogno energetico, Mtep |
2,53 |
6,06 |
3,60 |
|
Minori
emissioni di anidride carbonica, Mton |
11,5 |
31,6 |
11,60 |
|
Minori
emissioni di ossidi di zolfo, Mton |
0,128 |
0,387 |
0,072 |
|
Minori
emissioni di ossidi di azoto, Mton |
0,041 |
0,118 |
0,048 |
Nota: Per la stima delle emissioni si sono adottate
le seguenti ipotesi :
per l'anidride carbonica, da composizioni medie di
gas naturale e olio combustibile;
per gli ossidi di zolfo, olio BTZ con 1 % di zolfo,
zolfo assente nel gas;
per gli ossidi di azoto, turbine a gas 25 ppm vd 15
% di ossigeno, caldaie a gas 3 % di ossigeno, caldaie a olio 300 ppmvd al 3 %
di ossigeno.
Fonte: G. Lozza, Politecnico di Milano, "Scenari
tecnologicamente avanzati per un utilizzo più efficiente del gas naturale
nell'industria italiana", in “Cogenerazione industriale e ambientale”, atti degli incontri presso
Expo 2000, Torino, 6 dicembre 1996, Quaderno Comitato Termotecnico Italiano n.
6.
L'autore dello studio e della tabella riportata conclude
che:
- in relazione allo scenario a) si otterrebbe di
"svincolarci da gran parte delle
importazioni di elettricità o di rinunciare alla costruzione di nuove centrali
termoelettriche per un ammontare indicativo di oltre 6.000 MW";
- in relazione allo scenario b) si avrebbe un raddoppio della energia
elettrica generata dagli impianti cogenerativi potenziati, "gli impianti di cogenerazione industriale
produrrebbero circa 8.000 GWh, quasi la metà dell'energia globalmente generata
oggi per via termoelettrica in Italia, ENEL compresa";
- in relazione allo scenario c) i rendimenti
aggiuntivi "libererebbero circa
7.874 Mmc/a" di gas metano
"oltre all'intero consumo ipotizzato nello scenario" a) (5.864
Mmc/a); si avrebbe "una generazione
elettrica aggiuntiva di circa 11.290 GWh/a ottenuta a parità di consumo globale
di gas naturale e con una riduzione significativa dei consumi di olio".
In
altri termini la via della riduzione del deficit produttivo non è
esclusivamente basata sulla realizzazione di nuove centrali termoelettriche
ancorchè basate su cicli cogenerativi a metano a minore impatto ambientale ma
ha nella riconversione, ripotenziamento e miglioramento dell'efficienza delle
centrali esistenti una strada concreta rispettosa degli obiettivi di riduzione
dell'emissione di gas serra.
Nel caso della confinante regione Lombardia la
questione è in fase di discussione nell’ambito della redazione del Piano
Energetico Regionale, quest’ultimo a fronte di una necessità produttiva lorda
di immissione in rete al 2010 (tenendo conto dei pompaggi e delle perdite)
intorno a 63.000 GWh si avrebbe, con a produzione di energia elettrica con
impianti regionali stabili al livello dell’anno 2000, un incremento del deficit
che arriverebbe fino a circa 24.500 GWh (dai 23.700 GWh del 2000).
Nel 2000, in Lombardia, la produzione di energia da
impianti termoelettrici è stata molto inferiore rispetto alla producibilità dei
medesimi impianti, le motivazioni della
“mancata produzione”– indicate
nel PER – sono ricondotte a “motivi
commerciali”.
Per
ridurre l’importazione di energia al 10 % (obiettivo del PER della Lombardia)
occorrebbe una maggiore produzione di energia elettrica immessa in rete pari a
circa 18.200 GWh e una produzione totale lorda pari a circa 56.700 GWh.
Tenendo conto dello stato impiantistico e degli
interventi in atto sulle centrali esistenti in Lombardia avremmo :
-
in esito alle iniziative di potenziamento/modifica degli impianti
termoelettrici esistenti a combustibili fossili (Tavazzano, Turbigo, Ostiglia, Sermide,
Cassano d’Adda, Ponti sul Mincio, Lamarmora/Brescia, altre di dimensioni
inferiori) si avrebbe una produzione netta che passerebbe dalla stima del PER,
al 31.12.2000, di 28.622 GWh a 43.776 GWh ovvero un incremento di 15.154 GWh.
Per raggiungere l’obiettivo complessivo di incremento di 18.200 GWh
basterebbero pertanto una produzione locale ulteriore di 3.046 GWh. In altri
termini con le iniziative in atto sugli impianti esistenti si coprirebbe l’83 %
dell’obiettivo di incremento della produzione di energia. Questo incremento
verrebbe raggiunto con potenziamenti nel complesso limitati delle centrali di
maggiori dimensioni (da 6.221 MWe netti a 6.631 MWe complessivi) ma soprattutto
con incrementi del rendimento di trasformazione (dal 36-39 % al 50-53 %) e con
un maggiore utilizzo degli impianti (da circa 3.700 ore/anno a una media di
5.500 ore/anno). Va subito segnalato che quest’ultimo valore di ore annuali
utilizzo degli impianti – a fronte della loro ristrutturazione e in particolare
le trasformazioni in cicli combinati a gas – appare sottostimato in quanto
- per esempio – tutti i proponenti di
nuove centrali “turbogas”, come nel
progetto che ci occupa, indicano nei progetti stime di funzionamento degli
stessi (per ragioni in primo luogo economiche) di 7.500/8.000 ore anno, tant’è
che nel PER si stimano periodi di funzionamento per questa tipologia di nuove
centrali proposte a 6.000 ore/anno di utilizzo.
Se al risultato conseguibile con gli interventi
sulle centrali esistenti si aggiungono le produzioni ottenibili con le tre
nuove centrali autorizzate in Lombardia (Sannazzaro de’ Burgundi, Mantova e
Voghera – qui non si entra nel merito delle caratteristiche dei singoli
impianti e dei relativi impatti ambientali) si avrebbe una ulteriore produzione
netta pari a 14.112 MWe.
Complessivamente (interventi su centrali esistenti e queste tre nuove
centrali) si avrebbe una produzione aggiuntiva pari a 29.266 GWh, quindi ben
oltre l’obiettivo di riduzione al 10 % delle importazioni di energia, per la
precisione – tenuto conto che le centrali di Sannazzaro e di Mantova vanno a
sostituire impianti esistenti e quindi l’incremento produttivo è parziale- il
totale della produzione stimabile con questo insieme di interventi arriverebbe
a 57.888 GWh pari al 91,8 % del fabbisogno di immissione in rete totale (che
abbiamo indicato in 63.000 GWh), comunque al di sotto del 10 % di dipendenza
dall’esterno.
Ogni
ulteriore centrale proposta e realizzata comporterebbe un surplus di produzione
di energia elettrica nella regione Lombardia (nella quale sono state presentate
31 richieste di connessione al GRTN per nuovi impianti “turbogas” nella regione Lombardia ammontano oramai a 31 impianti –
di cui circa 17 in fase di VIA - per ben 16.200 MWe di potenza a cui
equivarrebbe una produzione aggiuntiva complessiva annua (sempre a 6.000 ore di
funzionamento) pari – solo per questi impianti – a 102.600 GWh (a fronte della
stima del PER di un fabbisogno totale di 63.000 GWh).
La situazione della regione Emilia Romagna non è
molto differente, gli estensori del SIA
mostrano i grafici del GRTN – anno 2000 - concernenti la regione Emilia Romagna da cui si può ricavare l’esistenza di un
parco termoelettrico di 3.688,8 MWe che però ha prodotto solo 11.429 GWh nel
2000 (queste centrali sono state mediamente in funzione per 3.100 ore/anno, per
2/3 del tempo non sono state in produzione).
Va ricordato che dalle analisi riportate nel
PER dell’Emilia Romagna risulta che, nel periodo 1990-1999 il sistema
energetico regionale ha ridotto le emissioni a effetto serra di circa il 7%, in
conseguenza di tre strategie adottate:
“ 1) la
progressiva sostituzione di prodotti petroliferi con gas naturale;
2)
il minor utilizzo della
potenza termoelettrica da parte di ENEL (in accordo con i limiti imposti dal D.
Lgs. N. 79/99);
3)
l’aumento dei risparmi
energetici.”
Si
afferma dunque che una parte del deficit di produzione di energia elettrica,
come in regione Lombardia, è frutto di una voluta autoriduzione produttiva da
parte dell’ENEL (o meglio, dei limiti di produzione assegnati a questa società
dal DLgs 79/99). Nel complesso, in Emilia Romagna, si è verificato un “calo della produzione di energia
termoelettrica (da 12.200 GWh nel 1990 a 8.700 GWh nel 1998)”.
A fronte di questa situazione (ove sono ampie le
possibilità di recupero di producibilità degli impianti esistenti anche in una
visione “autarchica” del soddisfacimento del fabbisogno di energia elettrica[2])
le richieste di realizzazione di nuove centrali sono di ben 20 nuovi impianti
(compreso quello della Mirant/Techint) per una potenza installata di 10.890 MWe[3]
di impianti turbogas con una capacità produttiva (su 8.000 ore/anno) di ben
87.120 GWh.
Sempre in relazione al deficit produttivo della
regione Emilia Romagna (e dell’Italia in generale) ovvero della differenza tra
la quantità di energia elettrica realmente prodotta dal parco delle centrali
esistenti e quella richiesta nei
diversi settori sociali va ricordato che la questione è stata recentemente
valutata nell’ambito della “Indagine
conoscitiva sulla situazione e sulle
prospettive del settore energia” [4]
anche con diverse audizioni dei principali attori pubblici e privati
interessati alla materia (attività e conclusioni che appaiono sconosciute agli
estensori del SIA).
In tale ambito sono emerse valutazioni differenti
sulla effettiva necessità (e sul numero) di realizzare nuove centrali
termoelettriche, anche in relazione alla copertura attualmente garantita dal
parco elettrico nazionale rispetto alla domanda della rete, analizzando la
problematica non sotto il profilo della produzione reale di energia elettrica
(che è conseguente alle ore di reale funzionamento degli impianti oltrechè alla
convenienza stessa di tenerli in produzione rispetto alla disponibilità – e
agli impegni contrattuali pluridecennali – di energia dall’estero) ma di quello
della potenza disponibile degli impianti.
Secondo il GRTN gli impianti di produzione di
elettricità in Italia attualmente hanno una potenza disponibile pari a 76.400
MW[5],
mentre la potenza offerta alla punta – nel corso del 2001 – è stata di 48.700 MW[6],
a fronte di una richiesta alla punta pari a 52.000 MW, per il cui
soddisfacimento si è dovuto ricorrere ai 6.000 MW di potenza disponibili con i
contratti con l’estero. In conclusione il sistema garantirebbe – con le
importazioni - solo 2.700 MW di riserva con cui fare fronte ai previsti
incrementi di domanda per i prossimi anni.
I rappresentanti dell’ENEL contestano tali dati
valutando che “nel 2000 si è riscontrato
ancora un valore di riserva prossimo al 25 per cento[7],
un dato largamente superiore a quello di gran parte degli altri paesi aperti
alla competizione. Riteniamo quindi che
il livello di capacità installata sia sufficiente a garantire la
sicurezza del sistema e la continuità del servizio e che, pur considerando
l’aumento della richiesta degli ultimi mesi e quella prevista nei prossimi
anni, un modesto incremento della capacità sia sufficiente a sostenere la
domanda elettrica del paese per i prossimi anni” [8]
, lamentando inoltre che “Già oggi le
nostre centrali vengono utilizzate in misura largamente inferiore alla loro
potenzialità”, a causa dei meccanismi di incentivazione (CIP 6/92) che
danno precedenza al dispacciamento dell’energia prodotta da tali impianti. I
rappresentanti dell’ENEL, sempre in tale audizione, evidenziavano che “Analizzando i dati dell’ultimo decennio, è
evidente come, a fronte della crescita di produzione di operatori terzi
incentivati, corrisponda un progressivo decremento delle ore di funzionamento
degli impianti ENEL”. Si tratta della posizione di uno degli attori che ha
degli interessi da difendere; va segnalato però che quanto evidenziato
dall’ENEL viene indirettamente confermato dai altri attori –Commissione
parlamentare compresa anche se poi tale richiesta non è stata inserita nel
decreto “Marzano” converito con la
Legge 55/2002 – quando richiedono che l’ENEL sia obbligata a immettere sul
mercato ulteriori centrali, in quanto avrebbe tuttora una posizione dominante;
in altri termini sarebbe da modificare l’obbligo del DLgs 79/99 che disponeva
all’ENEL di non possedere più del 50 % di produzione[9]
di energia elettrica modificandola nel senso di prevedere un tetto non riferito
alla produzione ma alla capacità produttiva (nello specifico l’ENEL dovrebbe
vendere centrali per ulteriori 6.000 MW di capacità produttiva).
Inoltre, altri contributi alla discussione fanno
rilevare che la situazione di “rischio” indicata
dal GRTN, e dovuta a stime maggiori della differenza tra potenza installata e
concretamente disponibile, sia dovuta a fattori contingenti del 2001, ed in
particolare a un numero consistente di centrali in fermata contemporanea di
tipo manutentiva e/o per interventi di ristrutturazione, la bassa produzione
delle centrali idroelettriche a causa della carenza di precipitazioni meteoriche
nonché alcuni picchi di consumi connessi con condizioni climatiche
particolarmente rigide.
Un ulteriore fattore di riduzione delle potenzialità
produttive – su cui tutti gli attori e la commissione attività produttive si
sono trovati d’accordo - è dovuto alla presenza di “strozzature” nella rete di trasmissione che causa l’impossibilità
di trasmettere quantità idonee di energia elettrica a sostegno di richieste di
picco.
Si rammenta che la commissione, nel documento
finale, pur ritenendo necessari nuovi impianti ha evidenziato – anche a fronte
delle numerose richieste, quasi esclusivamente impianti a ciclo combinato a
metano (per una capacità installata pari quasi a 100.000 MW (2,5 volte la
capacità installata nazionale !) – la necessità di forme di regolazione del
sistema elettrico da parte del Governo ovvero di colmare il vuoto venutosi a
creare per effetto del Dlgs 79/99 e finora surrogato impropriamente dal GRTN.
Tant’è che a fronte del Decreto Legge 7.02.2002, più volte invocato dagli estensori del
SIA, e alle relative contestazioni presentate dalle regioni, si è arrivati il
5.09.2002 ad un accordo della Conferenza unificata Stato-Regioni e Stato-Città
nelle quali sono stati definiti dei criteri generali finalizzati alla
valutazione dei progetti di costruzione di nuove centrali.
Tra questi criteri oltre a quelli relativi alla
applicazione delle tecnologie più recenti e che riducano gli impatti ambientali
vi sono quelli relativi a :
-
massimo utilizzo possibile
dell’energia termica cogenerata;
-
riduzione o eliminazione,
ove esistano, di altre fonti di produzione di energia e di calore;
-
diffusione del
teleriscaldamento finalizzato alla climatizzazione anche delle piccole utenze
produttive e delle utenze private di piccole dimensioni;
-
utilizzo prioritario di siti
industriali già esistenti;
-
completezza ed affidabilità
delle modalità previste per l’immissione di nuova energia da fonti rinnovabili;
-
nel caso uno stesso
territorio sia interessato da più progetti le Regioni possono promuovere la
valutazione comparativa degli stessi.
L’ultima previsione è un richiamo alla VAS
(Valutazione Ambientale Strategica) in via di definizione (ma, anche in virtù
del decreto "sblocca centrali"
da recepire nella legislazione italiana "a buoi fuggiti"). La direttiva 2001/42/CE del 27.06.2001
"concernente la valutazione degli
effetti di determinati piani e programmi sull'ambiente" prevede
infatti che gli stati membri emanino delle legislazioni inerenti la valutazione
di impatto ambientale applicata a determinati "piani e programmi", tra i quali sono esplicitamente richiamati
(art. 3) quelli "che sono elaborati
per i settori agricolo, forestale, della pesca, energetico, industriale, dei trasporti, della gestione dei rifiuti
e delle acque, delle telecomunicazioni, turistico, della pianificazione
territoriale o della destinazione dei suoli e che definiscono il quadro di
riferimento per l'autorizzazione dei progetti elencati negli allegati I e II
della direttiva 85/337/CE" (tra cui vi sono gli impianti
termoelettrici).
Da ultimo non bisogna dimenticare che tutti i
documenti europei e nazionali sottolineano la necessità di politiche efficaci
sul lato della domanda di energia (non solo elettrica) e non solo sul lato
dell’offerta. In altri termini tutti accettano la priorità costituita dalla
riduzione dei consumi (con usi più efficienti e razionali) ma le uniche
iniziative concrete che avanzano sono quelle rappresentate da proposte come
quelle in discussione ovvero sul lato dell’offerta peraltro creando una
aspettativa – in particolare nei clienti “idonei”
– di una riduzione significativa dei costi dell’energia che oggettivamente
riduce l’interesse per investimenti nelle attività economiche-produttive
finalizzate alla riduzione dei consumi.
In altri termini vi è contraddizione tra una prospettiva
economica di incremento della produzione di energia elettrica e quella della
necessità ambientale di ridurre le emissioni climateranti e in genere
l’inquinamento del settore energetico e non solo.
Per riprendere l’esposizione del SIA :
-
sotto
il profilo della pianificazione regionale e provinciale
la centrale proposta risponderebbe alle richieste
contenute in tali documenti (Programma Triennale di sviluppo delle attività
produttive) in quanto comporterebbe un incremento occupazionale e “potrà attrarre industrie anche alimentari o
agricole mettendo a disposizione calore prodotto in cogenerazione” ,
inoltre la tecnologia produttiva utilizzata garantisce sia “l’internalizzazione del sistema produttivo”
che “la affidabilità dei prodotti e dei
sistemi produttivi, per la protezione della salute e dell’ambiente” (p. 59
del SIA).
In questo affermazioni emergono due aspetti :
1)
il
fatto che l’impatto ambientale non sarà connesso solo con la realizzazione
della centrale in questione ma con la realizzazione di una ben più vasta zona
industriale in virtù della attrazione della centrale stessa (questo in
conseguenza del fatto che la destinazione attuale dell’area è di tipo agricolo,
su cui torneremo);
2)
l’inesistenza,
allo stato attuale, di ogni valutazione di fattibilità circa i reali utilizzi
del “calore prodotto in cogenerazione”,
questione che compare in questo passo del SIA ed in pochissimi altri accenni
generici senza alcuna valutazione in merito alla produzione di calore,
all’assetto cogenerativo concreto della centrale, ai “clienti” e alle loro caratteristiche di assorbimento dell’energia
termica.
Quindi emerge da un lato un impatto “nascosto” della centrale e dall’altro un
beneficio potenziale (l’utilizzo di energia termica) che trova posto solo nelle
intenzioni e non ha alcuna verifica fattuale (va da sé che la quantità di
energia termica che può essere resa disponibile da una centrale delle
dimensioni di quelle proposta sarebbe esorbitante per il fabbisogno dei comuni
e delle frazioni poste nelle vicinanze, ovvero la positività potenziale di un
teleriscaldamento delle diverse utenze della zona – a quanto risulta mai presa
in considerazione finora – va basata su idonei
studi valutativi da cui può scaturire una proposta di centrale termica
anche cogenerativa in cui la produzione termica è finalizzata all’obiettivo
centrale – il teleriscaldamento – e la produzione elettrica in cogernazione
diviene un “di più”. In altri termini
il ragionamento – per tener conto delle esigenze locali – è rovesciato rispetto
a quello che fanno i proponenti dell’impianto i quali dichiarano di mettere a
disposizione i “cascami” della produzione principale di energia elettrica –
ovvero l’energia termica – senza alcuna considerazione delle quantità in gioco,
della capacità di assorbimento reale degli utenti esistenti – e futuribili – in
altri termini senza alcuna considerazione del dato locale).
In conclusione, sotto questo profilo, il SIA
dichiara che “non risultano invece
controindicazioni agli indirizzi programmatici di cui ai documenti esaminati” (programmazione
regionale e provinciale).
Si segnala a tale proposito che vi sono aspetti
concernenti questi documenti che non appaiono presi nella dovuta considerazione
in rapporto all’impatto ambientale della centrale, e precisamente :
a)
LR
20/2000, Disciplina generale sulla Tutela e l’Uso del Territorio
-
“assicurare che i processi
di trasformazione siano compatibili con la sicurezza e la tutela dell’integrità
fisica e con l’identità culturale del territorio”;
-
“migliorare la qualità della vita e la salubrità degli insediamenti
urbani”;
-
“ridurre la pressione degli
insediamenti sui sistemi naturali e ambientali”;
b)
il
Piano Territoriale Paesistico Regionale ove evidenzia “il sistema delle aree agricole : la pianificazione infraregionale ha
l’obbligo di individuare gli elementi caratterizzanti il paesaggio rurale e di
osservare le indicazioni per la sua conservazione e valorizzazione”;
c)
Il
Piano stralcio per il sistema idraulico dei corsi d’acqua Navile e Savena
abbandonato, nel quale sono comprese come zone a rischio l’insediamento
industriale a destra del Navile, a valle del canale Emiliano Romagnolo, il
centro abitato di Bentivoglio, la frazione di Casoni, e lambisce il sito della
centrale.
Oltre agli obiettivi di
riduzione del rischio idraulico il Piano si è posto – seguendo la stessa
esposizione del SIA - obiettivi “di un
miglioramento – o quanto meno di un non peggioramento – della qualità dei corsi
d’acqua” (p. 41 del SIA), con limitazioni (vincoli) per gli usi industriali
dell’acqua in caso di siccità ovvero di privilegiare gli usi irrigui con finalità complessive di risparmio
idrico.
d)
Il
Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (documento preliminare del
novembre 2001) che, tra l’altro, “definisce
i criteri per la localizzazione e il dimensionamento di strutture e servizi di
interesse provinciale e sovracomunale”; “definisce le caratteristiche di
vulnerabilità, criticità e potenzialità delle singole parti e dei sistemi
naturali ed antropici del territorio e le conseguenti tutele paesaggistico
ambientali; definisce i bilanci delle risorse territoriali e ambientali, i
criteri e le soglie del loro uso, stabilendo le condizioni e i limiti di
sostenibilità territoriale e ambientale delle previsioni urbanistiche comunali
che comportano rilevanti effetti che esulano dai confini amministrativi di
ciascun ente” (p. 45 del SIA); questo Piano indica tra gli obiettivi “ridurre le emissioni inquinanti in
atmosfera; mantenere le concentrazioni di inquinanti al di sotto dei limiti che
escludono l’insorgere di patologie acute e croniche nella popolazione;
assicurare un costante miglioramento della qualità dell’aria ….” nonché,
una politica energetica basata “sul
contenimento dei consumi, …. sulla riduzione dell’emissione di gas serra”
(p. 49-50 del SIA), infine intende “valorizzare,
salvaguardare la qualità del paesaggio rurale tradizionale e non”;
e)
Il
Piano Faunistico Venatorio Provinciale che ha tra gli obiettivi “il raggiungimento e il mantenimento di
densità compatibili con gli usi agricoli del territorio” (p. 53 del SIA).
Si tratta di indicazioni – ancorchè molte di
carattere generale – che collidono con diversi impatti ambientali connessi alla
centrale (emissioni in atmosfera, occupazione di territorio ad uso agricolo con
la prospettiva di ulteriore “attrazione” di
insediamenti industriali, uso delle risorse idriche, impatti sulla densità
della fauna etc) con carattere aggiuntivo rispetto alla situazione locale,
nonostante ciò nessuna valutazione
viene presentata ma si parla genericamente e ambiguamente di “assenza di controindicazioni”.
-
Sotto
il profilo della pianificazione locale
Gli estensori del SIA indicano che l’area oggetto
dell’interveno (PRG approvato dal Consiglio Comunale di Bentivoglio il
17.12.1998 e dalla Giunta Provinciale il 18.12.2000) è “attualmente classificata come zona produttiva agricola E1 di valore
paesaggistico-ambientale” , viceversa si dice che “nelle aree contigue del Comune di Malalbergo sono localizzati diversi
impianti industriali” (p .54 del SIA); di conseguenza, secondo gli
estensori del SIA, la modifica del PRG di Bentivoglio, per l’area interessata
(ed altre nel futuro) sarebbe in linea con le indicazioni della LR 20/2000 per
la quale “i nuovi insediamenti sono
individuati prioritariamente nelle aree limitrofe a quelle esistenti” . Va
osservato a tale proposito :
a)
appare
chiara la volontà recente delle amministrazioni locali (comune e
provincia) di non prevedere per l’area interessata una destinazione diversa da
quella di agricola di pregio;
b)
si
fa riferimento, in modo non chiaro, non al fatto che l’area confinante del
Comune di Malalbergo sia a destinazione industriale ma che vi sono insediamenti
industriali in aree contigue. Nel SIA non vengono presentati estratti né dei
PRG dei due comuni né delle norme tecniche attuative per cui non vi è una
carenza ingiustificata di tali importanti informazioni. Cercando di
interpretare le affermazioni ambigue del SIA, non sembra comunque si sia nel
caso indicato dalla LR 20/2000.
c)
In
contrasto con decisioni assunte di recente dagli enti locali in merito alla
destinazione d’uso dell’area interessata gli estensori del SIA (p. 54 del SIA,
si evidenzia che la richiesta viene presentata nel SIA come se uno degli scopi
di questo studio sia questa richiesta !), richiamando la Legge 55 del
9.04.2002, affermano che “si richiede la
variante dello strumento urbanistico vigente per la trasformazione in area per
insediamenti industriali della zona proposta per l’intervento”. Dunque non
sarebbero gli insediamenti a dover “subire”
i vincoli territoriali ma esattamente il contrario, sono le proposte di
insediamenti che vincolano (modificano) la destinazione del territorio ! E ciò
appare già a livello di studio di impatto ambientale che invece di evidenziare
le criticità ambientali connesse ad una data opera sarebbe invece finalizzato a
superarle se non ad occultarle in dispregio alle finalità e alle modalità di
svolgimento di uno studio di impatto ambientale anche secondo la nostra
(parziale) normativa sulla VIA.
Precisiamo che ben si conosce che tale rovesciamento
è dovuto alla legge citata (cosiddetta “sbloccacentrali”)
che nel dichiarare gli impianti di produzione di energia elettrica di potenza
superiore a 300 MWtermici “opere di
pubblica utilità e soggetti ad una autorizzazione unica, rilasciata dal
Ministero delle attività produttive” con “effetto di variante
urbanistica” – pertanto non occorre neppure richiedere la variante in
quanto compresa nell’autorizzazione – ma va ricordato che tale norma si
caratterizza come norma provvisoria “sino
alla determinazione dei principi fondamentali della materia in attuazione
dell’articolo 117, terzo comma, della Costituzione, e comunque non oltre il
dicembre 2003” e che la stessa è stata – a seguito delle rimostranze delle
amministrazioni regionali e per la parte di carattere ordinativo della
autorizzazione ministeriale – in parte limitata dall’accordo citato del
5.11.2002. Accordo – come già detto – che indica tra i criteri da utilizzare
per la valutazione delle proposte di nuove centrali l’ “utilizzo prioritario di siti industriali già esistenti”, che non è
il caso in esame.
E’ pertanto pacifico che la destinazione d’uso
attuale è in netto contrasto con il progetto ed è pertanto inspiegabile come si
possa affermare che “non risultano esservi controindicazioni alla
modifica della destinazione d’uso” in particolare in virtù dell’assenza di vincoli di alcun genere
relativi al sito (ancor più non presentando alcunchè in merito al contenuto del
PRG e delle norme attuative dello stesso non è chiaro come possa essere
verificata quest’ultima affermazione – ovviamente l’assenza della possibilità
di verifiche su affermazioni come quella qui riportata evidenzia una delle
carenze “strutturali” del SIA in
esame ovvero la non corrispondenza con le norme in materia di VIA e con quelle
di “buona tecnica” relative a tali
studi).
Tra le altre “pianificazioni
di interesse” si cita il documento internazionale Agenda XXI, mentre non si
ha alcuna conoscenza in merito alla esistenza, ai contenuti e al rapporto con
l’impianto proposto :
-
della convenzione di Ginevra sull'inquinamento
atmosferico transfrontaliero a lunga distanza e suoi protocolli attuativi;
-
del
Piano Regionale di Risanamento della Qualità dell’Aria (si rammenta che tale
documento è stato previsto dal DPCM 28.03.1983 e confermato nei successivi
provvedimenti in materia),
-
del
Piano Regionale di risanamento delle acque (previsto dalla Legge 319/1976).
Inoltre, in considerazione della vicinanza e del
ruolo della città di Bologna e interpretando le indicazioni inerenti la
copertura del fabbisogno locale di energia ovvero “le carenze di energia elettrica prodotte in loco” – p. 262 del SIA
– come non riferibili ai soli comuni
nelle immediate vicinanze del sito, nulla si conosce in merito all’esistenza e
ai contenuti del Piano Energetico Ambientale Comunale di Bologna (previsto
dalla Legge 10/1991) e al rapporto tra quanto ivi indicato e il progetto in
questione.
In
merito al quadro di riferimento progettuale, oltre a quanto già detto sopra, si
sottolinea ancora :
a ) che non
ha alcun fondamento – per quanto detto – l’affermazione relativa alla “futura dismissione di centrali del sistema
nazionale divenute obsolete per ragioni di efficienza e di protezione
ambientale” (p. 62 del SIA) proprio in virtù del fatto che il principio
regolatore – su cui fanno affidamento i proponenti l’impianto in questione – è
rappresentato dal prezzo di vendita dell’energia e dai relativi meccanismi di
mercato. Ciò sta producendo non la dismissione di centrali ma interventi di
diverso genere che vanno da repowering finalizzati all’incremento dei
rendimenti di conversione – di cui abbiamo già detto - a quelli dell’utilizzo
di combustibili a minor costo (carbone) che non garantiscono certo una maggiore
“protezione ambientale” ma il cui utilizzo,
per utilizzare un termine caro agli estensori del SIA, “non presenta controindicazioni” rispetto alla normativa nel campo
di produzione di energia. In sintesi : appare infondata, o perlomeno non
verificabile o desumibile di per sé dai meccanismi messi all’opera dalla
liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica, la valutazione che
impianti di questo genere vadano a sostituire i vecchi impianti tradizionali a
basso rendimento e con combustibili a maggior impatto ambientale, quindi per
una ovvia considerazione conservativa degli effetti di nuovi impianti di
produzione termoelettrica, le emissioni connesse con impianti come quello
proposto non possono che essere considerate come aggiuntive alla situazione
esistente.
b) Tra i
criteri di scelta delle tecnologie viene indicato (p. 66 del SIA) quello di “rendimenti netti superiori al 55 %” , si
evidenzia però che sono gli stessi estensori del SIA ad affermare che la
centrale in progetto ha un rendimento netto leggermente inferiore a tale soglia
(ovvero il 54,9 %, v. p. 72 del SIA).
c) Si parla
di una alternativa ai cicli combinati “che
possano essere competitivi nella copertura di base del diagramma di carico” che
sarebbe unicamente rappresentata “da
impianti a vapore in grado di bruciare combustibili a basso costo” (p
.66-67 del SIA). Questo è uno dei pochi passi in cui si parla di alternative
all’impianto in questione. Nella realtà non solo il raffronto con altre
tecnologie è rappresentato unicamente dal
passaggio citato, ma nessuna indicazione in merito alle alternative
localizzative (come ricordato si dice solo che questa localizzazione è la
migliore in provincia di Bologna e anche la migliore a livello regionale !),
alle alternative relative alla taglia
dell’impianto nonché la considerazione della “opzione zero” ovvero la non
realizzazione dell’impianto. Queste alternative sono esplicitamente richieste
nella normativa inerente i contenuti degli studi di impatto ambientale.
Su altri specifici aspetti di carattere progettuale,
connessi con gli impatti ambientali (atmosfera, acqua, microclima) si tornerà
nell’esame del quadro di riferimento ambientale che segue.
2. Il quadro
progettuale e ambientale
I fabbisogni
idrici
La questione delle
modalità di raffreddamento degli impianti e del fabbisogno di acqua
viene affrontata sia nel quadro di riferimento progettuale che in quello
ambientale sostenendo che la scelta tecnologica del raffreddamento ad aria è
dovuta a “non gravare sulla risorsa
idrica locale” (p. 69 del SIA). Pertanto il fabbisogno di acqua industriale
(per la produzione di acqua demineralizzata e per il raffreddamento a ciclo
chiuso del macchinario e della altre apparecchiature con “piccole torri ad umido”) sarà limitato a 10-15 mc/h .
Peraltro il SIA indica che non è stato ancora definito
se le acque ad uso industriale proverranno da prelievo del canale Navile o
dalla falda sotterranea con la realizzazione di nuovi pozzi di emungimento.
Appare incomprensibile come non si sia ancora
arrivati a tale definizione relativa alla provenienza delle acque industriali
anche perché poi non viene presentata alcuna considerazione in merito
all’impatto ambientale connesso alla realizzazione di nuovi pozzi di
emungimento mentre le considerazioni inerenti il prelievo e lo scarico delle
acque nel canale Navile sono parziali.
Per quanto concerne gli scarichi idrici si afferma
che
-
le
acque acide/basiche dall’impianto di demineralizzazione, dai drenaggi dei
sistemi di dosaggio dei reagenti (e supponiamo degli spurghi in continuo del
generatore di vapore) subiranno un trattamento di neutralizzazione (correzione
pH), quindi inviate alla “vasca di
scarico comune”;
-
le
acque dai drenaggi interni verranno trattate in pozzetto disoleatore, quindi
inviate alla “vasca di scarico comune”;
-
le
acque biologiche vengono depurate (supponiamo in fossa Imhoff o simile) quindi
inviate “vasca di scarico comune”;
-
le
acque meteoriche sono inviate alla “vasca
di scarico comune”;
il comune denominatore di tutti gli scarichi è il
fatto che confluiscono in una unica vasca prima dello scarico nel corpo idrico
ricevente (canale Navile).
La quantità scaricata sarà pari a 50.000 mc/anno
(mentre il prelievo sarà pari a 80.000 mc/anno – v. pp. 176-177 del SIA).
Inoltre si afferma che le acque scaricate
rispetteranno i valori del DLgs 152/99.
Si osserva che :
- scopo di una valutazione di impatto ambientale non
è quella di affermare che la normativa sarà rispettata (ovvero che gli scarichi
non avranno concentrazioni, per le sostanze considerate, superiori ai limiti
del DLgs 152/99), in quanto questo è una condizione elementare per la
realizzazione di un impianto, quanto
quello di documentare le modifiche che verranno indotte dall’impianto, ovvero,
per quanto concerne il ciclo delle acque, le modifiche indotte tra la qualità
delle acque prelevate, i trattamenti alle stesse, le sostanze eventualmente
aggiunte e la qualità delle acque risultanti a fine ciclo. Va sottolineato che
– anche se nulla viene riferito in tal senso né sotto il profilo qualitativo
che qualitativo – gli usi industriali di una centrale termoelettrica di acqua
implicano il dosaggio di sostanze antiincrostanti (nell’ordine di almeno 3 t/a)
e biocide alogenate (nell’ordine delle 4 t/a, in funzione delle caratteristiche
qualitative dell’acqua utilizzata), tra queste sono utilizzate spesso sostanze
pericolose come il sale sodico di clorolitriazolo e l’alchil dimetil benzil
ammonio cloruro classificate come tossiche per gli organismi acquatici (R50).
In ogni caso l’assenza di ogni dettaglio in merito sia nella parte progettuale
che ambientale costituiste una omissione immotivata.
Per quanto concerne le modifiche sulle acque
prelevate e i contenuti finali di sostanze, in particolare delle acque di
spurgo, si evidenzia che i cicli energetici sono caratterizzati da una
concentrazione significativa di cloruri (pari o oltre i 250 mg/l ovvero una
quantità sì inferiore ai limiti del
DLgs 152/99, ma che raddoppia la salinità dell’acqua superficiale locale, come
riscontrabile nei dati forniti nel SIA e p. 171 per il Canale Navile e il Savena
abbandonato con l’unica eccezione di un dato elevato nel 1992 per il Navile,
stazione di Malalbergo) oltrechè di residui (non quantificati) delle sostanze
utilizzate come biocidi e/o antiincrostanti (per le quali sistemi di semplice
neutralizzazione non hanno alcun effetto depurativo).
Nel caso particolare del prelievo di acque dal
canale Navile sul quale gli estensori del SIA insistono circa la pessima
qualità delle stesse (classificabile in
classe IV “ambiente molto inquinato o
comunque molto alterato”, v. pp 174-175 del SIA, ma per il quale poi
stranamente ipotizzano la presenza di un rettile come la testuggine palustre
che appartiene a biotipi non inquinati) va ricordato che “qualora le acque prelevate da un corpo idrico superficiale presentino
parametri con valori superiori ai valori-limite di emissione, la disciplina
dello scarico è fissata in base alla natura delle alterazioni e agli obiettivi
di qualità del corpo idrico recettore, fermo restando che le acque devono
essere restituite con caratteristiche qualitative non peggiori di quelle
prelevate …” (art.
28 c. 6 DLgs 152/99). L’assenza di tale possibilità non è documentata come peraltro non è
documento nulla in merito alle caratteristiche degli scarichi idrici
compresa anche la temperatura dello scarico. Il plurale in questo caso è
d’obbligo in quanto il fatto di riferire il rispetto della normativa sugli
scarichi allo scarico complessivo (in cui confluiscono tutti gli scarichi,
anche meteorici – v. p. 96 del SIA) appare –
almeno potenzialmente – in contrasto con il divieto di diluizione
previsto dall’art. 28 del DLgs 152/99 degli scarichi con acque di
raffreddamento e/o di lavaggio. Il comma 5 dell’articolo citato infatti indica
che “I valori limite di emissione non
possono in alcun caso essere conseguiti mediante diluizione con acque prelevate
esclusivamente allo scopo. Non è comunque consentito diluire con acque di
raffreddamento, di lavaggio o prelevate esclusivamente allo scopo gli scarichi
parziali … prima del trattamento degli scarichi parziali stessi per adeguarli
ai limiti previsti dal presente decreto. L'autorità competente, in sede di
autorizzazione, può prescrivere che lo scarico delle acque di raffreddamento,
di lavaggio, ovvero impiegate per la produzione di energia, sia separato dallo
scarico terminale di ciascun stabilimento.”.
Per quanto sopra, oltre ad evidenziare le carenze in
merito alle caratteristiche delle acque scaricate e agli effetti su quelle
prelevate, si ritiene inadatto il sistema di convogliamento degli scarichi ove non
sia possibile la verifica (campionamento) degli scarichi parziali.
L’inquinamento
atmosferico
Gli
inquinanti oggetto di una qualche valutazione per quanto concerne gli impatti
originati dal funzionamento della centrale sulla situazione dell’atmosfera sono
stati sostanzialmente il monossido di carbonio e gli ossidi di azoto.
Per
quanto concerne gli ossidi di zolfo e le polveri si passa da affermazioni
inerenti la loro assenza (v. p. 6 del SIA) a quelle relative alla loro presenza
“in tracce”, in ogni caso non vengono
degnati di alcuna valutazione in quanto considerati non significativi (“L’emissione di altre sostanze non ha alcuna
rilevanza ambientale”, p. 95 del SIA).
Si
rileva da subito che tale modo di procedere è scorretto per i seguenti motivi:
a)
spetta al proponente di un
impianto o a chi elabora un SIA indicare le “caratteristiche e quantità di
emissioni in atmosfera” cioè di
valutare tutte le emissioni e non
solo quelle che – a parere del diretto interessato – sono giudicate non
significative o senza “rilevanza
ambientale”;
b)
vanno
considerate le “emissioni di gas serra e
di sostanze che danneggiano lo strato di ozono stratosferico” e ciò viene
inspiegabilmente omesso fatto nel SIA;
c)
vanno
considerati gli inquinanti indiretti e non solo quelli diretti;
d)
non
corrisponde al vero l’assenza di emissioni di ossidi di zolfo e di polveri come
vedremo più avanti;
e)
occorre
valutare i “contributi all'inquinamento
atmosferico locale e regionale” e questo non viene svolto.
La
dichiarata assenza di ossidi di zolfo e polveri appare in contrasto con le
conoscenze inerenti la combustione del metano nel senso che emissioni –
ancorchè più basse rispetto ai combustibili solidi e liquidi “tradizionali”- di ossidi di zolfo,
particolato e di idrocarburi di origine metanica e non sono in realtà da
attendersi in modo significativo nell’unità di tempo in considerazione della
elevata potenzialità dell’impianto in oggetto.
Su
questo tema si evidenzia quanto segue :
-
l’emissione
di polveri dovuta alla combustione di gas metano, è connessa con la presenza di
inerti nel gas stesso in una quantità che è funzione del contenuto di umidità
del combustibile che influenza la corrosione delle condutture di trasporto
provocando la solidificazione del gas a causa della formazione di idrati;
inoltre l’ossidazione e la corrosione delle condutture libera scorie di ossidi
di ferro e gli stessi idrati formano particelle solide in determinate
condizioni di temperatura e pressione. Anche la combustione in sé può produrre
residui carboniosi in forma di polveri con dimensioni inferiori al micron (e
dunque quelle con maggior significato in termini sanitari per le popolazioni
esposte) che si originano dalla combustione incompleta e dal cracking del
combustibile nella zona calda in punti con insufficiente concentrazione di
ossigeno comburente. Un fattore di emissione proposto per le polveri derivanti
dalla combustione di gas metano è pari a 0,14 g/GJ[10]
come PTS.
- La formazione di carbonio
organico non metanico nella combustione di metano è il prodotto di una
conduzione dell’impianto – finalizzata alla riduzione delle emissioni di ossidi
di azoto – verso miscele aria-combustibile lontane dalle condizioni di
equilibrio stechiometrico (“miscele
povere”), si tratta di condizioni che favoriscono la produzione di
monossido di carbonio e di idrocarburi incombusti, come indicato nella figura
che segue.
Queste condizioni si
verificano anche in presenza di "miscela
ricca" come evidenziato nella figura che segue.
Il “punto debole” dei turbogas è rappresentato dalle difficoltà di
ottenere in ogni momento il punto di equilibrio tra le diverse esigenze
(produttive ed emissive) in quanto i parametri in gioco sono molteplici.

Fonte : Pittigli e altri, “Innovazione tecnologica ed aspetti ambientali nel settore della produzione
dell’energia” in Fogli d’Informazione ISPESL, 2-3/2000, pp.121-140.
In sintesi l’emissione di sostanze organiche
volatili (espresse di norma come NMVOC, carbonio organico volatile non
metanico) è dovuto a diverse condizioni di combustione ed è correlato alle
reali condizioni di cinetica chimica e alla dinamica del flusso del
combustibile nella camera di combustione ovvero alle diverse condizioni non
stechiometriche della miscela aria-metano.
Il fattore di emissione di questi inquinanti per gli
impianti turbogas varia tra 2,5 e 5 grammi/GJ di combustibile[11],
nel nostro caso significherebbe una emissione annua tra le 100 e le 200
tonnellate.
-
Emissioni
di ossidi di zolfo dalla combustione del metano non possono essere escluse a
priori anche se certamente in quantità molto basse, per unità di peso di
combustibile, rispetto ai combustibili tradizionali. I composti solforati
(acido solfidrico presente in concentrazione al di sotto dello 0,2 %,
mercaptani, tiofeni) sono presenti nel combustibile dall’origine (ed in
funzione della provenienza del gas) o per addittivazione (odorizzazione del
gas). Nell’ambito dei contratti di fornitura di gas metano alla società SNAM,
la stessa [12] indica come
valore da non superare pari a 6,6 mg/Smc per il Solfuro di idrogeno, di 15,5
mg/Smc per lo zolfo da mercaptani e di 150 mg/Smc di zolfo totale. In tema di
fattori di emissioni dalla combustione del gas metano in centrali
termoelettriche i range proposti negli inventari di emissione sono tra 0,24 -
0,38 g/GJ [13] fino a 0,43
g/GJ[14].
- Le emissioni di ossidi di azoto vanno
considerate anche in relazione alle situazioni di basso carico. Queste
condizioni non sono state considerate nella modellizzazione utilizzata relativa
alla ricaduta delle emissioni. In particolare nel caso dei turbogas è noto che il maggior problema di queste
macchine risiede nell’estrema criticità dei numerosi parametri in gioco
(temperature, eccesso d’aria, pressione, tempi di residenza nella camera di
combustione, ecc), in particolare per carichi di potenza inferiori a quelli
ottimali.
Nel SIA infatti si afferma che “Nel funzionamento a carico consentono di mantenere il rapporto
aria-combustibile a valori compatibili con il contenimento degli Ossidi di
azoto in un ampio campo di carico (60 % - 100 %)” (p. 78 del SIA).
In corrispondenza di operazioni di combustione a diffusione (in
corrispondenza anche di carichi del 60 %) rispetto a quelle ottimali di
premiscelazione, si possono raggiungere concentrazioni alle emissioni – nelle
condizioni peggiori - fino a 200 mg/Nmc.
Formazione di inquinanti
secondari ed effetti ambientali e sanitari
Per
quanto concerne il destino ambientale degli inquinanti e alle loro
trasformazioni nell’ambiente (inquinanti “indiretti”)
l’unico accenno, unicamente descrittivo e senza alcuna valutazione in relazione
all’impianto, è riferito alla problematica della formazione dell’ozono come
inquinante indiretto ovvero che si forma nell’ambiente dopo l’emissione dei
precursori ovvero principalmente degli ossidi di azoto con un ruolo come
catalizzatori delle sostanze organiche volatili (v. p. 146 del SIA).
Senza
entrare nel merito delle complesse interazioni tra le sorgenti puntuali di
ossidi di azoto (e di altri inquinanti) e i fenomeni chimico-fisico a livello
di troposfera che portano ad incrementi della concentrazione di ozono anche a
distanze elevate, ci limitiamo a segnalare e a sottolineare che questa
problematica viene semplicemente ignorata in termini di valutazione.
Viene
altrettanto ignorata la problematica connessa con le ricadute acide.
Si
fa riferimento – anche tralasciando il ruolo degli ossidi di zolfo – alla
trasformazione in acidi tramite varie reazioni con l’acqua o con radicali
ossidrili degli ossidi di azoto e dell’anidride carbonica secondo le seguenti
reazioni :
2NO2
+ H2 O ® HNO2
+ HNO3
NO2 + OH- ® HNO3
CO2 + H2 O® H2 CO3
Si
tratta di reazioni che avvengono su vaste aree e che hanno modalità di
deposizione sia ad umido (come “piogge
acide”, rugiada, nebbie) che a secco (come gas o particelle microscopiche
senza solubilizzazione, questo tipo di deposizione di norma è prossima ai punti
di emissione).
Si
rammenta anche che nel caso degli NOx la presenza nell’atmosfera è
principalmente dovuta ad attività umane (tutte le forme di combustione) e che
l'andamento delle reazioni sopra descritte ha diverse modalità - e diversi
rapporti tra gli individui chimici considerati - in funzione della stagione e
tra notte e giorno con concentrazioni variabili a seconda dell'ora.
Inoltre si rammenta che una delle sostanze "fornitrici" di ossidrili (OH-) è la
formaldeide, sempre un inquinante secondario dovuto alla combustione -
ossidazione - degli idrocarburi (metano compreso) con una reazione di fotolisi
(che produce appunto ioni ossidrili) simile a quella che origina l'ozono dalla
fotolisi degli ossidi di azoto e specificatamente del biossido di azoto.
Gli effetti di tali deposizioni sono anch’essi noti
in letteratura sia per quanto concerne gli effetti sui monumenti che sul
terreno e la vegetazione.
In estrema sintesi si rammenta che
- l’effetto sulla vegetazione è stato
particolarmente riscontrato sul patrimonio boschivo sottoforma di attacco
diretto del fogliame e con un generale
indebolimento delle piante per il tramite della modificazione della
composizione chimica del terreno in
termini di compromissione della disponibilità di sostanze nutritive del suolo
(ioni calcio, potassio, magnesio, e sodio). Ovviamente il terreno può avere
delle difese (effetto “tampone”) alle
deposizioni acide in funzione delle sue caratteristiche (nel caso di specie non sono note ovvero non
considerate dagli estensori del SIA sotto questo profilo), si tratta di difese
naturali che però nel tempo possono venir meno. Un altro effetto riscontrato è
connesso al danneggiamento dei peli radicali della pianta e la compromissione
delle popolazioni di batteri azotofissatori e dei microorganismi che
decompongono la materia organica, con l’effetto complessivo di una riduzione
dell’apporto nutritivo della pianta e dunque una rallentamento del suo accrescimento.
Questi effetti sono registrati anche sui vegetali di maggior utilizzo per
l’alimentazione (graminacee, tabacco, erba medica, loglio).
- L’effetto sulla salute umana di tali deposizioni è
di tipo indiretto : tramite l’acqua potabile e l’alimentazione. Si tratta
dell’effetto di mobilizzazione causato dalle reazioni tra le sostanze acide
deposte e i metalli presenti nel terreno : rame, zinco, mercurio, cadmio,
alluminio e manganese vengono liberati quando terreni e sedimenti diventano
acidi. La successiva solubilizzazione grazie all’umidità del suolo può portare
alla contaminazione dell’acqua potabile filtrando dal terreno. Inoltre i
metalli pesanti resi mobili possono essere assorbiti dalle piante e raggiungere
l’uomo tramite la catena alimentare per
lo più a mezzo dei ruminanti. Si rammenta che si tratta di sostanze ad elevata
tossicità e in grado di bioaccumularsi nel tempo nell’organismo delle persone
esposte in quanto il nostro organismo non è in grado di eliminarle se non in
piccola parte.
La
stima delle ricadute delle emissioni
Nel capitolo 4.2.1.2 “stima degli effetti dell’impianto” sono illustrate le condizioni di
calcolo e il tipo di modello diffusionale per la stima della ricaduta della
sola emissione di ossidi di azoto.
Oltre – per quanto già detto – alla limitatezza del
parametro considerato, si osserva quanto segue :
-
le
condizioni metereologiche utilizzate sono quelle ricavate dai dati della
stazione A.M. di Bologna Borgo Panigale per le quali si riportano una parte dei
dati (temperature, precipitazioni, classi di stabilità e frequenza) mentre non
sono riportate le diverse classi di velocità del vento e alla relativa
direzione, associate alle classi di stabilità per cui non è possibile poter
svolgere alcuna verifica dei risultati del modello applicato (ISC3 EPA);
-
si
dice che “le calme sono state
uniformemente distribuite secondo la frequenza dei venti deboli” (p. 156
del SIA) questo, anche se non viene detto nel SIA, in quanto i dati utilizzati
provenienti da una stazione metereologica dell’aeronautica non vengono raccolti
in modo idoneo rispetto a studi di simulazione delle ricadute da sorgenti di
emissione fisse ovvero vengono sovrastimate; non è chiaro perché non sono stati
utilizzati i dati, disponibili a richiesta, del SMR della regione Emilia
Romagna, che coprono periodi più recenti e sono raccolti in modo idoneo per
tali simulazioni;
-
non
si dice che il modello ISC3 EPA non è in grado di tenere conto delle calme (che
per quanto detto prima sono state praticamente azzerate) e che lo stesso non considera i fenomeni di
inversione termica ovvera considera come sempre superato – in termini di
altezza efficace dei fumi – l’altezza di rimescolamento;
-
si
dichiara che è stato utilizzato un modello ISC3 EPA di tipo “short term” ovvero a breve termine (p.
155 del SIA) ma questa affermazione non corrisponde al vero in quanto poi si
forniscono dei risultati come “valori
medi annui” ovvero risultati ottenibili solo da modelli “long term” o “climatologici” ovvero di lungo periodo. Viceversa l’utilizzo di un
modello “short term” avrebbe imposto
la scelta (e la esplicitazione dei criteri di scelta) delle combinazioni da
considerarsi più rappresentative (e conservative) in particolare per quanto
concerne la combinazione delle classi di stabilità, delle velocità del vento e
dell’altezza di rimescolamento. In tal caso si sarebbero ottenuti dei valori di
stima delle condizioni peggiori che si possono verificare nella zona (su cui
verificare anche la frequenza di accadimento). Si tratta di valori – come vedremo
oltre – utilizzabili per poter, in qualche modo , svolgere delle valutazioni
sulle conseguenze sanitarie prevedibili.
Invece gli estensori del SIA si limitano ad
applicare un modello climatologico, che non è in grado di valutare le calme di
vento (nonostante la disponibilità di modelli di questo genere anche in campo
climatologico come i modelli Calpuff o il software Dimula sviluppato da ENEA)
spacciandolo per “short term”.
Non applicano alcun modello short term e pertanto
giungono a sottovalutare – o meglio a rappresentare in modo incompleto – la
ricaduta delle emissioni ovvero a dichiarare che il “valore medio annuo di Nox” sarà al massimo pari a 0,24 microg/mc,
mentre il valore 98° percentile delle medie orarie sarà pari a 4,3 microg/mc e
il valore 99,9 ° percentile sarà pari a 25 microg/mc, da cui risulterebbe un
contributo modesto dell’impianto all’inquinamento locale.
Per quanto concerne la valutazione del contributo
delle emissioni dell’impianto proposto rispetto alla situazione esistente (locale
e regionale) le uniche considerazioni in merito fanno riferimento al Piano
Territoriale di Coordinamento Provinciale di Bologna dell’ottobre 2001 e alle
relative indagini in merito al contributo di ogni fattore di inquinamento nelle
diverse zone in cui è stata suddivisa la provincia, nel Piano sono state
inoltre “quantificate le emissioni
generate relativamente a cinque inquinanti (NOx, Sox, PTS, CO e SOV)” (p.
151 del SIA).
Purtroppo nessuno di questi dati che si dichiarano
disponibili viene riportato nel SIA né confrontato con le emissioni correlabili
con l’impianto in progetto. In altri termini nessuna valutazione in merito
viene svolta nel SIA.
Si segnala comunque che la stima delle emissioni di
ossidi di azoto da centrali termoelettriche in Emilia Romagna (anno 1999) è
pari a 11.281 t/a mentre l’emissione di
questo inquinante per la sola centrale in progetto può essere stimata in circa
1.900 t/a (considerando i 66 g/s indicati nel SIA su un funzionamento
dell’impianto per 8.000 ore/anno), un incremento di circa il 15 % a livello
regionale.
Secondo i dati ENEA le emissioni di anidride
carbonica nel 1999 è stata pari a 31.736.000 t/anno con un contributo dovuto
alle centrali termoelettriche pari a 10.150.000 t/a.
Senza voler sostituire gli estensori del SIA che su
questo punto tacciono inspiegabilmente, il contributo aggiuntivo dovuto alla
centrale in progetto può essere stimato (utilizzando un fattore pari a 360
g/Kwh prodotto) intorno a 2.225.000 t/a.
In conclusione si può affermare, per questa parte del SIA, che l'unica certezza
appare che il contributo della centrale per quanto concerne le emissioni non è
in grado, da solo, di superare i limiti di legge di qualità dell'aria. Per
quanto concerne il contributo aggiuntivo
rispetto alla situazione ante opera il SIA non da alcuna indicazione
mentre facendo riferimento anche a dati di carattere regionale e non locale il
contributo della centrale, in particolare per gli ossidi di azoto e l’anidride
carbonica, sarebbe significativo.
Infine va anche evidenziato che appare poco
significativo il confronto con i dati – per alcuni inquinanti – della
centralina di Castelmaggiore (a circa 7 km dal sito) sia per quanto detto in
relazione al modello di ricaduta utilizzato sia in quanto è elementare
osservare che sarebbe stata opportuna una campagna di monitoraggio in loco.
L’inquinamento
termico
Gli estensori del SIA si soffermano a indicare gli
effetti positivi della scelta del sistema di raffreddamento a secco ma
tralasciano di illustrare gli effetti negativi tra cui quello di una riduzione
del rendimento energetico dell’impianto, in particolare d’estate, e la
necessità comunque di dover dissipare una quantità di energia termica
Va inoltre ricordato che nulla viene detto o
valutato in merito all’inquinamento di tipo termico (microclimatico) connesso a
tali necessità di dissipazione che comportano, in particolari giornate del
periodo estivo, emissioni di aria a temperature prossime ai 50 °C.
A tale proposito si evidenzia che le modalità di
dissipazione di carichi termici - naturali e non - nell'atmosfera possono
essere differenti a seconda delle condizioni meteoclimatiche: a livello della
troposfera il valore del raffreddamento è costante (0,6 °C per ogni 100 metri
di altitudine, cosiddetto gradiente
termico verticale), ma vi sono situazioni in cui questo valore varia in
particolare incrementandolo o diminuendolo rispettivamente nel periodo estivo
ed invernale.
In quest'ultimo caso hanno un particolare peso le
situazioni di inversione termica a bassa altitudine, in queste situazioni
l'apporto di carichi termici nell'atmosfera modificano le condizioni di
stabilità atmosferica. Ciò ha effetti sulle caratteristiche meteoclimatiche,
modificandole seppure a livello di zona relativamente circoscritta ma
sufficiente a modificare le modalità di diffusione degli inquinanti.
In
funzione delle caratteristiche di temperatura degli apporti esterni di masse
d'aria questa modifica della situazione locale può provocare sia un incremento
della diffusione/diluizione sia l'effetto opposto, esacerbando le situazioni
meteoclimatiche peggiori sotto il profilo del trascinamento a terra degli
inquinanti.
Si tratta quindi non solo di un effetto puramente
microclimatico ma anche di modifica delle condizioni locali rispetto a quelle
che sono state utilizzate per le simulazioni. In altri termini esiste la
concreta possibilità che le simulazioni siano svolte sulla base di determinate
condizioni esistenti ante-opera, che queste condizioni però siano modificate
dall'apporto dell'opera stessa modificando pertanto anche la ricaduta delle
emissioni.
In altri termini l'apporto di elevate masse di aria
calda unitamente a consistenti emissioni di inquinanti sono in grado di
modificare dinamicamente gli equilibri - essi stessi dinamici - delle condizioni
atmosferiche producendo effetti sia migliorativi sotto il profilo della
dispersione sia peggiorativi.
Se sotto il profilo "medio" le differenze
possono essere poco significative, il peggioramento - in alcune situazioni
meteoclimatiche - della ricadute delle emissioni implica un'esposizione
maggiore agli inquinanti, ciò, come verrà ricordato più avanti ha sicuramente
effetti peggiorativi sullo stato di salute della popolazione esposta.
Come detto su questo aspetto assolutamente nulla
viene indicato nel SIA.
Altri
impatti ambientali
In
questo capitolo intendiamo, pur sinteticamente, presentare delle osservazioni
inerenti altre matrici considerate nel SIA,come segue.
Paesaggio e
analisi ambientale
In tutto il SIA si presenta il territorio
interessato come area ad alto sfruttamento da parte delle attività agricole
(colture intensive e zootecniche) che avrebbero comportato un peggioramento
della qualità del territorio.
Su tale base le conclusioni del SIA sotto il profilo
della valutazione paesaggistica appaiono indicare come la zona avente una “vulnerabilità bassa” (ovvero “ambiti aventi caratteristiche tipologiche
destrutturate o … privi di elementi di pregio”, v. p. 243 del SIA), quindi
compatibile (il territorio !) con la realizzazione di un impianto ad alto
impatto come la centrale.
Oltre alla svalutazione (colpevolizzazione) delle
pratiche agricole come responsabili di un presunto degrado del territorio che
appaiono tanto generiche quanto non documentate, si evidenzia che la lettura
data del contesto naturale nonché delle emergenze naturali e storiche, appare
tesa a svalutare le evidenze pur presenti. Infatti nella analisi del contesto
paesaggistico (v. p. 242 del SIA) si nega sostanzialmente che le “poche emergenze (spesso di rango piuttosto
modesto) presenti nell’area” non consentirebbero una classificazione come
area di “vulnerabilità media” ,
classificazione che comporterebbero conclusioni in termini di maggiore
pesantezza degli impatti relativi alla visibilità degli elementi della centrale
(v. p. 247 del SIA).
Nel complesso l'analisi ambientale presentata nello
studio di impatto ambientale è stata condotta solo sulla base di un modello
classificatorio (vegetazione, fauna, ecosistemi, paesaggistico), compilativo e
poco utile se non per confermare le conclusioni di limitato valore dell’area.
Per dare un significato a questa parte della
valutazione si ritiene che la stessa
debba essere eseguita sulla base della “landscape
ecology”, in sintesi, una valutazione del “sistema” su scala locale o più ampia dell’ “ambiente” non solo con un approccio multidisciplinare incentrato su
modelli spazio-temporali del paesaggio ma inserendo in termini di strutture e
funzioni la prospettiva umana, geobotanica e della fauna quali componenti di un
unico sistema. Questo tipo di analisi viene proposta come chiave di lettura – e
di comprensione - specifica per le aree di transizione e per le aree
storicamente fortemente influenzate dalla presenza dell’uomo[15].
Rumore
L’aspetto
dell’impatto acustico viene trattato nel capitolo 4.3.6 del SIA, nel quale,
rispetto alla situazione attuale si
indica che il sito è classificato nella classe acustica III dalla zonizzazione
comunale (dobbiamo supporre che la classificazione di una area a destinazione
agricola a questa classe sia correlata con la vicinanza dell’autostrada),
quindi con limiti attuali di emissione (dalla sorgente) pari a 55 dBA diurni e
45 dBA notturni e limiti di immissione (presso i riceventi) pari a 60 dBA
diurni e 50 dBA notturni.
Nelle
valutazioni inerenti il clima acustico attuale si sottolinea il ruolo
dell’autostrada come componente continua di emissione di rumore.
Contrariamente
a quanto indicato dagli estensori appare però che non vi è una riduzione della
rumorosità allontanandosi dall’autostrada. Infatti ai punto R1 e R6, più
prossimo all’autostrada sono stati misurati livelli diurni rispettivamente pari
a 64,4 dBA e 58,4 (inspiegabilmente non sono stati rilevati i livelli notturni
per il punto R1 ma per il punto R6 questi valori si attestano a 56,4 dBA), quindi
nei punti R2, R3, R4, R5 e R7 si assiste ad una riduzione del rumore (tra 44 e
51,7 dBA diurni – per i rilievi notturni non sono forniti valori per i punti R5
e R7, mentre per quelli misurati i valori sono compresi in un range tra 46,3 e
53,6 dBA). I valori diurni invece tornano a risalire nei punti più distanti (R8
e R9, cui corrispondono – secondo gli estensori del SIA – gli edifici
residenziali più vicini al sito) per i quali viene fornito un valore pari a
61,3 dBA diurno e 50,1 dBA notturno,
evidenziando pertanto una situazione attuale di superamento dei limiti di
immissione.
In
relazione a tale situazione di partenza gli estensori stimano il contributo
della centrale – in questi due ultimi punti - come pari a 39,8 dBA e 43,1 dBA,
pertanto sarebbero rispettati sia i limiti di immissione che la stima
differenziale sia nel periodo diurno che notturno (in relazione alle risultanze
del modello di previsione acustica utilizzato e alle stime di potenza acustica
dei singoli macchinari riportate a p. 218 del SIA).
Non
è possibile – da parte di chi scrive – valutare nel dettaglio questi aspetti
anche in quanto non è in possesso della planimetria riportante le curve
isofoniche; si rileva che appare di difficile rispetto il limite di emissione
dell’impianto (dato che non viene riportato nel testo) perlomeno fino a quando
la zona sarà classificata come zona mista (classe III), viceversa non vi
saranno problemi ove – in virtù della modifica della destinazione d’uso a
industriale – il sito venga interessato da un incremento della classificazione
(ma in questo caso siamo ancora nella situazione in cui à l’ambiente che si
adegua a un’opera e non viceversa).
Impatti
socio-economici
Se
è vero che durante la fase di costruzione si avrà un incremento di forza lavoro
e si avrà un aumento dell’indotto in alcuni settori (ristorazione, trasporti
pubblici, rifornimento carburanti, commercio al minuto, alberghiero), è
altrettanto vero che durante la fase di esercizio, a fronte di un aumento
occupazionale di 50 unità (e altre 40 nell’indotto), si avrà una diminuzione di
impiegati nelle stesse attività indotte (ristorazione, trasporti pubblici,
rifornimento carburanti, commercio al minuto, alberghiero), nonché nelle
attività agricole ed edilizie, in relazione alle minori opportunità di crescita
economica e sociale dell’area interessata alla Centrale Elettrica. In
particolare, l'area diverrà di scarso interesse ambientale, per cui
difficilmente potrà rappresentare una opportunità per scopi ricreazionali e
abitativi.
Da
un punto di vista socio-economico, occorrerebbe valutare la diminuzione di
valore dei beni immobili attualmente presenti nell’area interessata dagli
impatti provocati dalla centrale. In particolare:
a)
diminuzione
di valore delle abitazioni;
b)
diminuzione
di valore dei terreni
Come
si è detto in precedenza la qualità ambientale del Comprensorio in cui sarà
costruita la Centrale Elettrica subirà un abbassamento della qualità ambientale
complessiva, per cui è prevedibile una flessione della domanda di abitazioni e
di terreni. In termini economici una flessione della domanda corrisponde ad una
riduzione dei prezzi, in quanto il venditore, se vorrà vendere, dovrà tener
conto del fatto che la qualità del bene è diminuita. Tali valori sono di
difficile quantificazione, occorrerebbe fare una verifica nelle aree in cui
sono state costruite e sono a regime centrali di questo tipo. In ogni caso
nulla viene detto a proposito nel SIA.
Il SIA presenta un elenco di specie presenti nei
diversi settori ambientali ed in particolar modo in quello di tipo agricolo e
della rete idrografica.
In particolare si segnala che diverse delle specie
di uccelli presenti in qualche modo indicate nel SIA sono soggette a protezione
in base a disposizioni regionali ed alcune (Tarabusino, Martin Pescatore,
Nibbio Reale, Cigno Reale – v. p. 203 del SIA) sono comprese nella Direttiva UE
79/409 (lista rossa) per cui sono previste misure speciali di conservazione.
Nonostante tali presenze nella valutazione degli
impatti sugli animali lo stesso è stato giudicato come impatto di modesta
entità e reversibile, connesso con l’esercizio della centrale in termini di :
-
sostanziale
accettazione della presenza dell’impianto da parte dei vertebrati terrestri;
-
pericolo
limitato per gli uccelli per quanto concerne il tracciato dell’elettrodotto;
-
presenza
di molteplici habitat nella zona che “permetterà
alla fauna di poter facilmente sostituire e scegliere le aree maggiormente
indisturbate all’intorno” (p. 201 del SIA).
L’ultima considerazione appare contenere un
paradosso, si dice inizialmente che non vi sono aree di interesse (vincolo)
naturalistico e poi si afferma che ve ne è una “presenza molteplice” (si tratta di zone SIC peraltro elencate nel
SIA e poste a distanze inferiori a 5 km dal sito cioè nelle vicinanze, nonché diversi “biotopi funzionali” anch’essi presenti
nelle vicinanze – v. pp. 195-198) tale da azzerare l’impatto ambientale con la
migrazione delle specie disturbate (!).
Oltre a tali contraddizioni si segnala che nulla
viene riportato sui possibile effetti, sulla avifauna in relazione alla
problematica dell'inquinamento luminoso dovuto ai sistemi di illuminazione di
impianti di questo genere che ingenerano disorientamento e disagio in
particolare negli uccelli. Ma tant’è, secondo gli estensori del SIA, è
sufficiente una migrazione (senza ritorno) della fauna.
Salute
pubblica
Questa tematica viene sommariamente trattata (in
mezza pagina, v. p. 206 del SIA) escludendo ogni conseguenza in relazione alle
emissioni in atmosfera, ai campi elettromagnetici connessi all’elettrodotto e
al rumore.
Data l’assenza di ogni caratterizzazione dello stato
attuale di salute delle popolazioni interessate, non si vede quale fondatezza
possano avere conclusioni di questo genere[16].
Per
quanto concerne gli impatti sulla salute riconducibili alle emissioni in
atmosfera va segnalato che le conclusioni degli estensori del SIA si basano su
evidenze inidonee (modalità delle simulazioni di ricaduta degli inquinanti),
come già detto.
In particolare appare improprio riferire valutazioni
di carattere sanitario per inquinanti atmosferici a concentrazioni (incrementi)
a lungo termine in quanto le associazioni tra mortalità e/o morbosità di
carattere cardiaco e respiratorio in particolare in soggetti predisposti (gli
anziani, che costituiscono una larga fetta della popolazione i bambini e
soggetti il cui stato di salute è già compromesso) sono rilevate a causa di
variazioni di breve periodo (“short term”)
dell’inquinamento. Inoltre “L’effetto
sulla mortalità è evidente anche a dosi inferiori a quelle previste dagli
standard di qualità dell’aria di molti paesi occidentali “ [17]
.
Dalla metanalisi applicata alle principali città
italiane, citata in nota, “per tutti gli
inquinanti è stata osservata un’associazione significativa con un incremento su
tutte le cause di morte e di ricovero esaminate” nello specifico associate
a incrementi di 10 microg/mc anche di ossidi di azoto e ozono (e di 1 mg/mc nel
caso del CO).
In altri termini considerando la mortalità e i
ricoveri giornalieri (il periodo considerato nello studio è dal 1990 al 1999)
nel giorno e nei 2/3 giorni successivi a incrementi uguali o superiori a 10
microgr/mc e limitandoci all’apporto dei soli NOx si sono evidenziati
incrementi pari al 1,4 % della mortalità per cause cardiovascolari, del 1,7
%per patologie respiratorie, mentre per quanto concerne i ricoveri ospedalieri
questi incrementi sono stati, nello stesso periodo, 1,6 per cause cardiache e
2,5 per quelle respiratorie.
Lo studio peraltro sottolinea un incremento di tale
associazione nel secondo quinquennio considerato (1995-1999) rispetto a quello
precedente.
Compensazioni
L’unico punto in cui nel SIA si danno indicazioni
inerenti la “disponibilità per interventi
di riequilibrio delle funzioni naturali” ovvero a interventi di “compensazione” degli impatti connessi
alla centrale (interventi, per definizione, che non possono essere di carattere
monetario) è a p. 124 ove si riporta unicamente quanto segue : “ripristino naturalistico di un’area nei
dintorni della centrale”, del tutto generico e su cui non è possibile
svolgere alcuna valutazione.
Conclusioni
Seppur sinteticamente abbiamo cercato di evidenziare
alcuni aspetti critici del SIA, in termini di carenze, sottovalutazioni e
omissioni, tali che le criticità connesse
con il progetto di impianto in questione non solo non sono risolte dallo Studio
di impatto ambientale ma spesso sono ribaltate come prospettiva.
In particolare si rammenta
-
il
sito prescelto per la realizzazione della Centrale suddetta contrasta e non è
compatibile con il vigente Piano Regolatore Generale (P.R.G.);
-
diversi
documenti di carattere programmatico non sono stati considerati (Piani di
risanamento aria e acqua della regione Emilia Romagna) e quelli considerati
presentano indicazioni in contrasto con alcuni degli effetti dell’impianto;
-
i
dati delle emissioni – all’atmosfera e nel corpo idrico ricevente gli scarichi
- presentati dalla società proponente sono carenti, in quanto sono ignorati
numeri inquinanti diretti e indiretti, non vengono indicate le quantità delle
emissioni comprese quelle relative all’anidride carbonica, non sono stati valutati gli impatti
cumulativi nella zona oggetto della ricaduta, il modello per la stima della
ricaduta, di tipo climatologico anziché “short
term” come indicato nello studio, è inadatto a rappresentare da solo gli
impatti a livello dell’atmosfera;
-
la
realizzazione della centrale presenta le stesse motivazioni delle altre
numerosissime proposta sia a livello regionale che nazionale, in altri termini
non ha alcuna motivazione particolare differente da ragioni economiche proprie
dei proponenti che – in assenza di qualunque forma di programmazione – sono da
considerarsi ad un livello certamente inferiore rispetto alle esigenze della
popolazione locale in termini di tutela della salute e del territorio;
-
per
quanto anzidetto nessuna valutazione attendibile è stata svolta in relazione
agli impatti ambientali e sanitari che verrebbero determinati dall'attivazione
- malaugurata - della Centrale in questione;
Si fa esplicita riserva di produrre documenti,
memorie e ulteriori note integrative.
Sperando di aver portato un fattivo contributo alla
Vostra lotta per affermare la salute, la sicurezza, l'ambiente salubre e i
diritti umani, inviamo i nostri migliori saluti.
Per il Centro per Salute
"Giulio A. Maccacaro" e per
Medicina Democratica della Provincia di Varese
Marco Caldiroli

[1] Si veda ad esempio “Cogenerazione industriale e ambientale”, atti degli incontri presso Expo 2000, Torino, 6 dicembre 1996, Quaderno Comitato Termotecnico Italiano n. 6.
[2] In effetti nessuno ha ancora spiegato per quale motivo l’energia elettrica, quale merce strategica ma non certo l’unica, debba essere necessariamente prodotta in loco e per quale motivo il riferimento areale debba essere necessariamente la regione.
[3] Non contando gli impianti Enipower di Ravenna, Enel Produzione, Intergen di Castelvetro Piacentino e della società Sarmato Energia.
[4] X Commissione della Camera (attività produttive); il documento finale di tale indagine è stato approvato il 18.04.2002.
[5] Questo dato è stato riferito dai rappresentati del GRTN durante la loro audizione del 28.02.2002.
[6] La differenza tra potenza disponibile e potenza offerta, secondo il GRTN, sarebbe dovuta a impianti in dismissione per 3.400 MWe, 4.100 MWe sono indisponibili momentaneamente per lavori di ambientalizzazione in corso, 8.000 MWe idraulici sarebbero non disponibili per “problemi di idraulicità”, inoltre il GRTN conta un 15 % “di indisponibilità fisiologica” pari a 12.200 MWe.
[7] A fronte di un valore di riserva del 15 % considerato più che sufficiente a rendere non interessanti nuovi investimenti per nuove centrali.
[8] V. audizione dei rappresentanti dell’ENEL del 23.01.2002.
[9] Si rammenta che tale limite è presente unicamente nella normativa italiana e non in quella degli altri paesi europei pur interessati alla applicazione della direttiva europea sulla liberalizzazione del mercato dell’elettricità.
[10] Vedi AIRES- Analisi Integrata per la Riduzione dell'Effetto Serra; Ministero dell'Ambiente e Ambiente Italia.
[11] V. Centro Tematico Nazionale Atmosfera Clima ed Emissioni – ANPA “Manuale dei fattori di emissione nazionali. Bozza Rapporto 01”, gennaio 2002.
[12]
Snam Rete Gas, “Condizioni d’accesso per l’anno termico
2001-2002 - Condizioni d'accesso applicabili ai servizi di trasporto effettuati nel
periodo compreso tra il 1° ottobre 2001 ed il 30 settembre 2002”, Allegato E/1 "La specifica di qualità".
[13] V. Centro Tematico Nazionale Atmosfera Clima ed Emissioni – ANPA “Manuale dei fattori di emissione nazionali. Bozza Rapporto 01”, gennaio 2002.
[14] Vedi AIRES- Analisi Integrata per la Riduzione dell'Effetto Serra; Ministero dell'Ambiente e Ambiente Italia.
[15] Sul tema si vedaV. Bettini, L. W. Canter, L. Ortolano “Ecologia dell’impatto ambientale” in particolare il capitolo 7, UTET, 2000.
[16] Si segnala a tale proposito, ma questo vale anche per altri componenti ambientali – come per esempio le condizioni di qualità dell’aria della zona interessata - che, nonostante nel SIA vengano riportate conoscenze limitate in nessuna parte del SIA si proceda ad una valutazione delle “delle eventuali difficoltà, lacune tecniche o mancanza di conoscenze, incontrate dal committente nella raccolta dei dati richiesti” come richiesto dal DPCM 27.12.1988 .
[17] Per una trattazione esaustiva dello stato dell’arte della ricerca epidemiologica sull’argomento, si rimanda a “Metanalisi italiana degli studi sugli effetti a breve termine dell’inquinamento atmosferico” di A. Biggeri, P.Bellini e B. Terracini, in Epidemiologia & Prevenzione, supplemento 2, marzo-aprile 2001.