Di Paul McCann – 19 Agosto 2005
C’è un villaggio di Beduini – composto di capanne in piccoli blocchi di calcestruzzo costruite sulle dune di sabbia – situato a nord della Striscia di Gaza che fino ad oggi è stato sorvegliato dalla torrette di guardia militari dell’insediamento Ebreo di Nisanit. Durante la maggior parte delle nottate dell’Intifada, i soldati da queste torrette di guardia sparavano nei vicoli del villaggio, obbligando ogni singolo abitante a rimanersene chiuso nella propria casa per tutta la notte. In taluni occasioni è risaputo che i bambini, disorientati e terrorizzati dagli spari, correvano fuori dalle loro capanne e si ritrovavano nella linea di fuoco.
Erano numerose le torrette di guardia dalle quali si sparava a caso che circondavano gli insediamenti Israeliani a Gaza. Sono responsabili della uccisione di centinaia di Palestinesi, sia militanti che innocenti, e sono odiate dalla popolazione locale. La loro rimozione questa settimana, assieme con la rimozione degli stessi insediamenti, sarà considerata giustamente un momento di celebrazione. Ma solo perché i segni più visibili e oppressivi della occupazione Israeliana verranno rimossi, nessuno dovrebbe illudersi che Gaza cesserà di essere il più grande campo di prigionia al mondo.
La scorsa settimana, il gabinetto Israeliano ha deciso che manterrà le truppe stazionate sul confine fra Gaza e l’Egitto per il futuro prossimo – assieme al cosiddetto corridoio di Philadelphia. Fu da una delle torrette poste su questo confine che l’attivista pacifista Tom Hurndall venne ucciso nel 2003. Durante lo stesso incontro di gabinetto è stato anche deciso che Israele deve continuare a controllare chi entra e chi esce da Gaza attraverso l’Egitto e ha proposto un nuova linea di confine che attraversa Kerem Shalom dove Israele, Gaza e l’Egitto si incontrano. Questo indaffarato incontro di gabinetto ha pure deciso che permetterà a Gaza di godere di tre miglia di acque territoriali – dopo le quali sarà Israele a controllare il mare. È già stato stabilito che Israele continuerà a controllare lo spazio aereo di Gaza.
Agli inizi dell’anno, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, il guardiano della legge internazionale umanitaria, ha inviato al governo di Israele un documento confidenziale per rendere chiara la propria posizione e in esso ha affermato che la rimozione delle truppe Israeliane e dei coloni da Gaza non porrà fine alla occupazione. Nel documento si è dichiarato che “Israele manterrà un controllo significativo sulla Striscia di Gaza, che gli permetterà di esercitare elementi chiave di autorità. Perciò…in questa fase appare chiaro che la Striscia di Gaza continuerà ad essere un territorio occupato secondo gli orientamenti della legge internazionale umanitaria.”
È un punto di vista sostenuto dall’altamente rispettato ‘Harvard Programme on Humanitarian Policy and Conflict Research’. In un breve documento legale preparato per la comunità dei donatori, il direttore del programma ha dichiarato: “Il parziale ridispiegamento della presenza militare Israeliana all’interno e attorno al territorio non è secondo la legge internazionale il fattore chiave per determinare la fine della occupazione…La fine della occupazione rimane essenzialmente legata alla cessazione del controllo militare del Potere Occupante sugli affari di Governo della popolazione occupata, un controllo che ne limita il diritto alla auto determinazione.”
La ragione sul perché questo abbia tanta importanza appare chiaramente nella risoluzione di disimpegno che è stata approvata dal governo Israeliano la scorsa estate. Essa afferma: “Il completamento del piano [di disimpegno] servirà a dissipare le affermazioni che riguardano la responsabilità di Israele nei confronti dei Palestinesi che risiedono nella Striscia di Gaza.” Ma se Israele è ancora il potere occupante, allora secondo la legge ha responsabilità molto specifiche per quanto riguarda il benessere della popolazione di Gaza. Ma se invece si ritiene che la occupazione sia arrivata alla fine, allora Israele può lavarsi le mani di tutti i suoi abitanti, che ammontano a 1 milione e 300mila.
Al momento Israele parla di migliorare le condizioni del noto passaggio di Erez che da Gaza porta in Israele, dove migliaia di sottopagati lavoratori Palestinesi vengono costantemente umiliati e schiacciati per ore all’interno di recinti prima di poter entrare in Israele per lavorare. Ma nel lungo termine pare che Israele sia intenzionata a serrare Gaza e a gettare via la chiave. Shaul Mofaz, il Ministro della Difesa, e Ehud Olmert, il Segretario del Primo Ministro, si sono entrambi resi protagonisti questa estate per aver detto che a partire dal 2008 a nessun lavoratore Palestinese verrà permesso di accedere in Israele. Le parole usate nel piano di disimpegno affermano che non ci dovranno più essere lavoratori nel ‘lungo termine’.
Al summit del G8 la comunità internazionale ha promesso di investire a Gaza 1.72 miliardi di sterline. Ma senza l’accesso al mondo circostante, questi fondi avranno ben poco effetto e non saranno capaci di migliorare le condizioni di vita o di creare posti di lavoro permanenti. Se a Gaza si vogliono sentire i benefici del disimpegno, i pescatori devono essere messi in grado di poter pescare, i mercanti di viaggiare e di importare e in maniera cruciale, dopo 38 anni di forzata integrazione con l’economia Israeliana, i lavoratori avranno ancora bisogno di lavorare alle aree edificabili di Tel Aviv e Ashkelon.
Altrimenti le torrette di guardia di Gaza saranno solo state spostate di poche centinaia di metri e senza dubbio molto presto ricominceranno a sparare ancora una volta sui Palestinesi – sia militanti che innocenti.
L’autore di questo commento è stato il portavoce per la agenzia dei rifugiati Palestinesi delle Nazioni Unite a Gaza dal 2001 al 2005 – e-mail: pmcc@ fastmail.fm
Tradotto da Melektro per www.radioforpeace.info