Di Edward Wong - 30 Novembre 2006
Non importa se l’amministrazione Bush continua a insistere che non è così: un numero crescente di studiosi e accademici americani e iracheni, leader e analisti politici affermano che i combattimenti in Iraq hanno i requisiti per poter rispondere alla definizione standard di guerra civile.
La definizione generalmente accettata in ambito universitario si basa su due criteri principali. Il primo afferma che i gruppi in guerra devono appartenere allo stesso paese e combattere per il controllo del centro politico del paese, oppure per il controllo su uno stato separatista o per forzare un cambiamento radicale in politica. Il secondo criterio afferma che devono essere state uccise in totale almeno 1000 persone, con almeno 100 da ciascuna fazione.
I professori universitari americani che si specializzano nello studio delle guerre civili affermano che la maggior parte di loro è d’accordo sul fatto che il conflitto in Iraq sia una guerra civile.
“Penso che a questo punto, e già da un po’ di tempo ormai, il livello di violenza in Iraq presenta tutte le caratteristiche per poter essere definito guerra civile per qualunque persona ragionevole”, dichiara James Fearon, professore di scienze politiche a Stanford.
Mentre il termine è abbastanza ampio da comprendere molti tipi di conflitti, una delle parti coinvolte in una guerra civile è quasi sempre un governo sovrano. Perciò alcuni studiosi ora ritengono che la guerra civile sia cominciata quando gli Americani hanno trasferito la sovranità ad un governo iracheno designato nel giugno del 2004. Questo fatto ha ufficialmente trasformato una guerra anti-americana in una guerra di gruppi insorti per far sì che gli Arabi Sunniti, spodestati dal governo iracheno guidato dal Primo Ministro Ayad Allawi e progressivamente sempre più dominato dagli Sciiti, potessero recuperare il potere.
Altri dicono che la guerra civile sia cominciata quest’anno, dopo che il bombardamento di un venerato santuario sciita a Samarra ha dato il via ad una serie di uccisioni per vendetta che ha causato centinaia di morti in soli 5 giorni e che deve ancora avere fine. Un mese dopo quel bombardamento Mr. Allawi ha proclamato che l’Iraq era coinvolto in una guerra civile. “Se questa non è una guerra civile, allora Dio solo sa cosa sia una guerra civile”, ha dichiarato.
Molte insurrezioni, guerrre etniche e tra fazioni religiose sono anche guerre civili. Il Vietnam e il Libano ne sono un esempio. Gli accademici affermano che la guerra civile irachena presenta elementi propri sia di una insurrezione, con una fazione sta lottando per scalzare quello che vede come un governo nazionale illegittimo, che di una guerra tra sette religiose, dato che il governo sotto assedio è guidato dagli Sciiti ed è attaccato dagli Arabi Sunniti.
In Iraq, azioni punitive tra sette e uccisioni di vendetta sia da parte sunnita che sciita sono diventate ormai un marchio di questa guerra, ma il circolo vizioso della violenza viene innescato da leader militari che hanno degli obiettivi politici. L’ex presidente yugoslavo, Slobodan Milosovic, fece proprio questo durante le guerre nei Balcani.
La lotta civile in Iraq ha luogo per lo più in aree miste sunnite-sciite, quali le città di Baghdad, Mosul e Baquba. Nella provincia di Anbar, che è a prevalenza arabo sunnita, gran parte della violenza è diretta contro le truppe americane. Ampie zone dell’Iraq hanno poca violenza, ma quelle aree sono relativamente omogenee e con poca popolazione.
Governi e persone coinvolte in una guerra civile spesso non vogliono etichettarla come tale. In Colombia, i rappresentanti ufficiali hanno insistito per anni che i ribelli erano semplicemente dei banditi.
Alcuni rappresentanti dell’amministrazione Bush contestano che non c’è una chiara visione politica da parte dei gruppi di insorti guidati dai sunniti, quindi la definizione di “guerra civile” non si può applicare.
Negli Stati Uniti, il dibattito sulla definizione di guerra civile infuria, dato che molti politici, specialmente quelli che appoggiano la guerra, sono convinti che ci sarebbero delle conseguenze sulla politica locale nel dichiararla guerra civile. Temono che un riconoscimento da parte della Casa Bianca e dei suoi alleati sarebbe visto come un’ammissione di fallimento della politica irachena del presidente Bush.
Temono anche che il popolo americano potrebbe non riconoscere più un ruolo per le truppe americane nella guerra civile irachena e quindi domanderebbe il ritiro in maniera più pressante.
D’altronde molti professori universitari affermano che lo spargimento di sangue pone già l’Iraq ai primi posti tra le guerre civili degli ultimi 50 anni. La carneficina degli ultimi giorni, a cominciare dai bombardamenti di giovedì scorso in un distretto sciita di Baghdad che ha ucciso più di 200 persone, rafforza ulteriormente le loro affermazioni.
Mister Fearon e un suo collega di Stanford, David D. Laitin, dichiarano che il numero di morti all’anno in Iraq, con almeno 50.000 persone uccise dal marzo 2003, colloca questo conflitto a pari con le guerre nel Burundi e in Bosnia.
Il presidente dell’Iraq e il primo ministro evitano di usare il termine guerra civile, ma molti iracheni dicono che gli estremisti hanno gettato il paese nella guerra civile, anche se i moderati hanno lottato per evitare questo rischio.
“Bisogna che il mondo sappia che qui in Iraq c’è una guerra civile”, ha detto Adel Ibrahim, 44 anni, sceicco della tribù Subiah, che è per lo più sciita. “E’ una guerra civile distruttiva. Mortai uccidono i bambini nei nostri quartieri. Abbiamo paura di viaggiare in qualsiasi luogo perché saremo uccisi negli autobus. Non sappiamo chi è nostro nemico e chi è nostro amico”.
La spirale di sangue rafforza le argomentazioni secondo cui questa è una guerra civile. Una relazione delle Nazioni Unite di mercoledì scorso afferma che almeno 3709 iracheni sono stati uccisi in ottobre, il numero più alto mai raggiunto in un mese dall’inizio dell’invasione americana. Più di 100.000 iracheni ogni mese fuggono verso Siria e Giordania.
“E’ impressionante, avrebbe dovuto essere chiamata guerra civile molto tempo fa, ma ora non vedo come la gente possa evitare di chiamarla così”, dichiara Nicholas Sambanis, docente di scienze politiche a Yale e stato co-curatore di “Capire la guerra civile: testimonianze e analisi”, pubblicato dalla Banca Mondiale nel 2005. “Il livello di violenza è così estremo che ha sorpassato di gran lunga la maggior parte delle guerre civili dal 1945 in poi”.
Tra gli studiosi, “c’è consenso”, ha dichiarato Mr. Sambanis. Gli accademici negli Stati Uniti nel complesso sono d’accordo che ci siano state almeno 100 guerre civili dal 1945 in poi. Agli ultimi posti della lista c’è la guerra nell’Irlanda del Nord. Misurate sulla base del numero totale delle persone uccise, le più grandi guerre civili moderne sono state in Angola, Afghanistan, Nigeria, Cina e Rwanda.
Comunque ci sono alcuni storici che dissentono sulla definizione di guerra civile, e se questa possa applicarsi all’Iraq. John Keegan, lo scrittore britannico di guerra, individua solo 5 casi chiaramente definiti, a cominciare dalla guerra civile inglese del XVII secolo, fino alla guerra del Libano del XX secolo. I suoi criteri sono che gruppi di faide per l’autorità nazionale, abbiano leader che pubblicamente annuncino per che cosa stanno combattendo e si scontrino in battaglie stabilite indossando uniformi, tra le altre cose. Nel numero di dicembre della rivista Prospect, Keegan sostiene che perciò l’Iraq non sta vivendo una guerra civile.
Venerdì scorso, Scott Stanzel, portavoce della Casa Bianca, insisteva che il conflitto in Iraq non è guerra civile, notando che i leader principali dell’Iraq erano d’accordo con la sua dichiarazione. Il mese scorso, Tony Snow, portavoce capo del Presidente Bush, ha riconosciuto che ci sono molti gruppi che tentano di minare il governo, ma ha detto che non c’era una guerra civile perché “non è chiaro che questi stiano agendo come una forza unitaria. Non c’è un leader chiaramente identificabile.”
Al contrario, il Senatore Joseph R. Biden Jr., il principale rappresentante democratico nel Comitato per le Relazioni Estere del Senato, ha dichiarato a Fox News a settembre che “una soluzione politica è necessaria per porre fine alla guerra civile in Iraq”.
Nel 2003, all’inizio dell’insurrezione guidata dai sunniti, rappresentanti dell’amministrazione Bush hanno definito i guerriglieri “senza via d’uscita” e hanno ribadito che il loro unico scopo era di creare caos. Ora i comandanti americani riconoscono che il potere politico è al centro di questo conflitto.
Nella testimonianza al Congresso di questo mese, il Maggiore Michael D. Maples dell’Agenzia di Intelligence per la Difesa ha definito la situazione come “una continua lotta violenta per il potere” e ha detto che il paese stava avvicinandosi ad una “significativa spaccatura nell’autorità centrale”.
Molti iracheni e americani che hanno seguito l’insurrezione dicono che è stata poderosamente forgiata da ex membri del Partito Baath che volevano impedire agli sciiti di prendere il potere. Anche i più recenti gruppi jihadisti hanno obiettivi politici complessi presenti sui loro siti web, in particolare quello di stabilire un califfato islamico a guida sunnita.
“C’era un vero regime che ha guidato questo paese per 35 anni”, ha detto Mahmoud Othman, un vecchio legislatore curdo. “Ora sono in clandestinità. Questo è il nucleo principale della resistenza.”
Gli studiosi dicono che è fondamentale che politici e mass media riconoscano che il conflitto in Iraq è una guerra civile.
“Perché ci dovrebbe importare di come è definita questa guerra, se noi siamo già tutti d’accordo che la violenza è inaccettabile?”, ha chiesto Mr. Laitin, professore a Stanford. “Ecco la mia risposta: c’è una comunità scientifica che studia le guerre civili, e comprende le loro dinamiche e come queste, in generale, si concludono. Questa ricerca ha un grande valore per la sicurezza della nostra nazione.”
Relazione con i contributi di Qais Mizher da Baghdad, Mark Mazzetti, Jim Rutenberg e Kate Zernike da Washington
Traduzione a cura di Paola Merciai per www.radioforpeace.info
Photo: Residents protest during a funeral in Baghdad's Sadr City November 27, 2006, where they buried victims killed in Sunday's clashes in north Baghdad [Reuters / Str]