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Il punto che qui si vuole sottolineare non è solamente che il modello elettrico è alla base delle difficoltà più problematiche a cui si trova di fronte la teoria standard: Il modello è parte di una più ampia e maggiormente unificata fotografia del cosmo. Tanto quanto la cometa elettrica conduce inevitabilmente al Sole elettrico, sia la cometa elettrica che il sole elettrico suggeriscono una prospettiva radicalmente nuova per tutte le scienze teoriche che vanno dalla storia planetaria alle origini del cosmo. Wallace Thornhill, per esempio, suggerisce che la cometa elettrica offre il miglior modello per comprendere le caratteristiche della superficie dei pianeti e delle lune. Prove non riconosciute che si sono andate accumulando nel corso dell'Era Spaziale mettono in chiara evidenza che i pianeti sono corpi carichi di energia. Movimenti instabili all'interno del campo elettrico del Sole, o movimenti che portino i pianeti a incontri ravvicinati, condurrebbero a devastanti eventi di scaricamento elettrico, e questo potrebbe indurre gli stessi pianeti ad assumere i connotati delle comete. È quindi essenziale che venga attribuita un'alta priorità ad un'aperta riconsiderazione della storia planetaria. E questa indagine deve includere la possibilità che i pianeti fossero, in epoche precedenti, immersi nel processo di scaricamento elettrico e che la loro superficie fosse percorsa da eventi elettrici ad alto contenuto energetico. In altre parole, quello che sta succedendo sulle comete attive è un diretto indicatore delle forze che agirono sui pianeti in un'epoca remota dell'evoluzione planetaria.

L'esplorazione dello spazio ha continuamente rivelato caratteristiche sui pianeti e sugli altri corpi rocciosi che non possono essere spiegate ricorrendo all'ipotesi degli impatti dallo spazio e alla famigliare geologia planetaria [vulcanismo, erosione acquifera, o diffusione di superficie]. Fin da quando sono stati puntati i telescopi sulla Luna, la singola caratteristica geologica che ha maggiormente catturato l'attenzione estatica degli astronomi sono stati i crateri. Per interi decenni, la questione irrisolta fu quella di stabilire se i crateri sulla Luna si erano formati a causa di attività vulcanica o piuttosto di un impatto esterno dallo spazio. Con il programma spaziale Apollo, gli astronomi hanno creduto che si fosse trovata una soluzione alla questione. I crateri dominanti sulla Luna erano stati creati dal violento impatto sulla superfice di oggetti celestiali, questo è quanto dichiararono gli scienziati.

Questa conclusione parve tanto chiara che virtualmente nessuno si soffermò a sufficienza per notare la litania di fatti riguardanti i crateri lunari che mettono in dubbio l'intera ipotesi. Una volta che si affermò il modello dell'impatto dallo spazio, gli astronomi e i geologi cercarono di replicare in forma sperimentale gli schemi davvero unici riguardanti la formazione dei crateri sulla Luna e in ogni altra parte nel sistema solare. In certe occasioni, la pubblicazione di notizie decretò i “successi” di tali esperimenti, ma ad un livello più fondamentale e scientifico, dove i dettagliati modelli sui crateri lunari domandavano una conferma in forma sperimentale, gli esperimenti si rivelarono essere un totale fallimento. Le caratteristiche dei crateri che hanno origine dagli impatti ad alta velocità non corrispondono alle caratteristiche dei crateri lunari. Né corrispondono alle caratteristiche dei crateri la cui presenza osserviamo in tale abbondanza sulla superficie di Marte o sulle Lune di Giove e di Saturno e di tutti gli altri corpi rocciosi che sono presenti nel sistema solare. Questo fallimento da parte degli esperimenti condotti per testare l'ipotesi dell'impatto dallo spazio, comunque, non pare che sia stato fatto oggetto di alcuna pubblicazione di notizie.

Le anomalie comprendono [tanto per citarne solo alcune]:

• La rimarchevole circolarità di quasi tutti i crateri di tutte le forme. Impatti obliqui dovrebbero invece dar vita a numerosi crateri ovali;

• La mancanza di quel danno collaterale che ci si dovrebbe attendere se la circolarità del cratere fosse dovuta ad una esplosione che è avvenuta in prossimità del terreno come nel caso di una detonazione termonucleare;

• Le superfici dei crateri appaiono essere piane e disciolte invece di essere costituite da uno scavo a forma di piatto causato dall'esplosione dell'impatto. Gli impatti e le esplosioni ad alto contenuto energetico – comprese le bombe atomiche – non causano lo scioglimento di materiale che sia sufficiente per creare superfici piane.

• Molti crateri sono caraterizzati da pareti ripide piuttosto che presentarsi nella forma di un piatto di scarsa profondità, una conformazione che ci si aspetta dall'esplosione causata da un impatto supersonico;

• L'inaspettata formazione di terrazze sulle pareti dei crateri più grandi, con la presenza di superfici disciolte per alcune di queste terrazze;

• Un numero sregolato di crateri secondari concentrati sui bordi dei crateri più grandi;

• L'assenza di crateri più grandi che attraversano i crateri più piccoli;

• Catene intricate di piccoli crateri lungo il bordo di crateri più grandi;

• Un numero estremamente eccessivo di crateri accoppiati e di catene di crateri;

• Dispersione minimale quando un cratere si inserisce dentro un altro;

• Ripetute e altamente “improbabili” associazioni di crateri che sono contigue a buche e strette vallate incise in maniera pulita, dalle quali il materiale è semplicemente scomparso;

• Raggi di “ejecta” [particelle emesse durante la formazione di un cratere] tangenziali al bordo del cratere;

• Anelli concentrici.

Invece di prendere in considerazione questi sfidanti, gli scienziati planetari hanno smesso di porsi le domande più importanti. Per la verità, devono ancora considerare un fatto di straordinaria importanza per il futuro della scienza planetaria: tutti i modelli riguardanti la formazione dei crateri primari nel sistema solare possono essere riprodotti attraverso lo scaricamento elettrico in laboratorio. Lo stesso non può dirsi di qualunque altro agente causale che è stato esplorato nel corso dell'era spaziale.

Il nostro vicino, Marte, il pianeta più studiato nel sistema solare [al di fuori della Terra] offre esempi quasi illimitati. La superficie di Marte rivela la prova evidente di quella che è una violenta cicatrice elettrica.

Lo stupendo abisso Valles Marineris si dispiega per più di 3000 miglia – l'equivalente di centinaia di Grand Canyon. Agli inizi degli anni 70, l'ingegnere Ralph Juergens ha ipotizzato che in un'età precedente descritta da un'elevata instabilità planetaria, gli archi elettrici fra corpi celesti carichi furono responsabili della creazione di molte delle caratteristiche che sono presenti su Marte. Nel 1974, Juergens scrisse a proposito del Valles Marineris:

“Quello che questa regione maggiormente ricorda è un'area percorsa da un potente arco elettrico che avanza in maniera non regolare lungo la superficie, scindendosi occasionalmente in due parti, e che si indebolisce di tanto in tanto, così che le sue tracce si restringono e degradano anche in linee di crateri disconnessi.”

Più recentemente, Wallace Thornhill ha sostenuto che l'intera regione del Valles Marineris ha la stessa morfologia del più grande fenomeno di scaricamento elettrico dell'universo – la galassia a spirale barrata. [Foto 1- Si veda Galassie a Spirale e Grand Canyon]

All'inizio, gli scienziati planetari hanno speculato che era stata l'erosione dell'acqua l'agente che aveva reso possibile la creazione del Valles Marineris, ma questa teoria è stata confutata ricorrendo ad immagini a risoluzione più alta. Adesso, alcuni sostengono l'ipotesi di una diffusione di superficie e della relativa formazione di fenditure. Ma dopo aver condotto un esame più scrupoloso, non è possibile provare che si sia mai verificata alcuna diffusione di superficie.

E quindi che cosa è successo a tutto il materiale “mancante”? Seguendo l'ipotesi del modello elettrico, questo venne scavato in maniera esplosiva da un processo chiamato electric discharge machining [EDM]. E i residui risultanti non vennero solamente sparsi per tutta la superficie di Marte ma la maggior parte di esso venne accellerato elettricamente nello spazio. Dalla posizione di vantaggio nella quale ci troviamo, non è una coincidenza che ancora oggi le meteoriti di Marte stiano cadendo sulla Terra.

Una delle più affascinanti anomalie geologiche di Marte è la presenza dei cosidetti “mirtilli” - ossia di sfere molto piccole di colore blu-grigio, del diametro di 0.45 centimetri che sono contenute nel suolo Marziano che è ricco di ferro. Dopo una analisi spettroscopica, le piccole sfere furono identificate come “concretions hematite” - “masse sferiche di ematite”. Il processo formativo dei “mirtilli” rimane un vero enigma per gli scienziati planetari. Il fisico del plasma, il Dr. CJ Ransom dei laboratori Vemasat, ha tuttavia condotto il proprio esperimento per testare la spiegazione del modello elettrico sulle masse sferiche e i mirtilli Marziani. Ha investito una certa quantità di ematite con un arco elettrico e ciò che ne è risultato sono piccole sfere incassate con caratteristiche del tutto simili ai mirtilli Marziani. Nessun altro esperimento di laboratorio ha fornito un simile risultato [Foto 2 – Si veda I “Mirtilli” Marziani in Laboratorio]

Una caratteristica significativa dello scaricamento elettrico è il suo essere SCALABILE – ossia quello che viene osservato su piccola scala è anche osservabile su scala più grande. E i “mirtilli” di Marte potrebbero avere una ben più grande analogia con la forma a cupola dei crateri presenti sul pianeta. Le telecamere in orbita hanno infatti scoperto numerosi crateri con cupole o sfere che sono contenute al loro interno. Questi crateri a cupola variano nella loro ampiezza da un centinaio di metri o meno [il limite della risoluzione della telecamera] fino ad un chilometro o più. Le similarità fra questi crateri a cupola e i “mirtilli” di laboratorio, molti dei quali formano crateri interni, sono impressionanti. Questo elemento da solo dovrebbe essere più che sufficiente ad incoraggiare un'indagine ulteriore. [Foto 3 – Si veda Crateri a Cupola su Marte]

Per i proponenti del modello dell'Universo Elettrico, la prova geologica delle cicatrici elettriche che sono presenti sui pianeti e sugli altri corpi rocciosi è un irresistibile testamento della violenza planetaria e della instabilità che prevalsero nel passato. L'ipotesi di un sistema solare instabile, nel recente passato venne portata avanti da Immanuel Velikovsky nel suo bestseller del 1950, “Mondi in Collisione”.

Anche se Velikovsky venne sommariamente accantonato dal maintream scientifico, l'Era Spaziale ha fatto di più per sostenere Velikovsky piuttosto che confutarlo!

Mentre i proponenti dell'Universo Elettrico Wal Thornhill e i suoi colleghi riconoscono che Velikovsky si è sbagliato su molti punti, sono però d'accordo con lui nel sostenere che l'elettromagnetismo è stato l'elemento chiave di una precedente epoca di catastrofe planetaria. E oggi, le prove sono diventate schiaccianti che viviamo in un sistema solare che è “collegato elettricamente”.

Nel caso di Giove, vediamo all'opera questa connettività elettrica nella relazione che intercorre fra il pianeta stesso e la sua luna più vicina, Io. Nel 1979, l'astrofisico Cornell Thomas Gold propose nella rivista Science che i “vulcani” su Io erano in realtà masse scariche di plasma liquefatto - plasma discharge plumes. L'ipotesi di Gold venne confutata sulla stessa rivista da Gene Shoemaker, et al. Ma nel 1987, i fisici del plasma Alex Dessler e Anthony Peratt sostennero l'interpretazione di Gold in un articolo pubblicato nella rivista Astrofisica e Scienza Spaziale - Astrophysics and Space Science. Dessler e Perat sostennero che sia la penombra filamentosa che la convergenza di ejecta in anelli ben definiti sono effetti dello scaricamento del plasma che non hanno equivalenti nei vulcani.

Successivamente, la sonda Galileo registrò immagini incredibili dei “vulcani” e scoprì precisamente quello che era stato predetto dal teorico del modello elettrico Thornhill:

Temperature così alte che saturarono le telecamere; il MOVIMENTO dei “vulcani” lungo la superficie di Io; e il posizionamento dei “vulcani” lungo le scogliere di valli precedentemente scavate. È adesso indisputabile che la base del “rifiuto” di Shoemaker dell'ipotesi di Gold era incorretta.

È anche indisputabile che le predizioni altamente specifiche di Thornhill erano corrette. E tuttavia, né il giornale Science e neppure tutte le altre pubblicazioni scientifiche, hanno mai pensato anche solo di rivedere la questione [Foto 4 – Si veda Retrospettiva su Io].

Su Marte, le mostruose “dust devils” [tempeste di polvere] - che sono 10 volte più grandi di qualunque tornado sulla Terra – hanno rivelato il disinteresse degli scienziati planetari nei confronti di qualunque cosa che abbia a che fare con l'elettricità. Un comunicato stampa della NASA ha dichiarato, “Quando gli esseri umani visiteranno Marte, dovranno ben guardarsi da torreggianti tempeste di polvere elettrificate.”

Ma gli scienziati attribuiscono i campi elettrici delle “dust devils” al riscaldamento solare e alla risultante energia meccanica di convezione dell'aria [malgrado il fatto che l'atmosfera di Marte sia densa meno dell'un percento di quella della Terra, e l'abilità meccanica della sua aria di spostare particelle di polvere è nel migliore dei casi improbabile]. Nella interpretazione del modello dell'Universo Elettrico, le colonne rotanti di aria e polvere sono una conseguenza naturale delle correnti elettriche atmosferiche [Foto 5 – Si veda La NASA sulle Tempeste di Polvere Marziane -- “Sono Elettrificate!” ].

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