Di Luca Baroncini - 3 Settembre 2007
2 Settembre 2007 - L’inizio del festival è, come di consuetudine, caratterizzato da un’alta densità di eventi. Si sa, l’informazione è capricciosa e segue logiche bizzarre. C’è sempre il rischio che il pettegolezzo diventi notizia e l’unico modo, o comunque il più sicuro, per accendere i riflettori su una manifestazione è unire alla sostanza un corollario in grado di garantire l’attenzione mediatica. Ecco quindi film importanti insieme a star di sicuro appeal. Tanti i divi in passerella, dall’elegante Charlize Theron al piacione George Clooney (in molti non gli hanno perdonato la scena muta a chi in conferenza stampa gli ha chiesto lumi, visto il suo impegno liberal, sul suo ruolo di testimonial a una pubblicità Nestlé).
Ma domenica 2 settembre, i più attesi sono stati Woody Allen, con la nuova commedia noir “Cassandra’s Dream” e Brad Pitt, nel film dal lunghissimo titolo “The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford”. Venendo alle opere presentate fino ad ora, per quel che è stato possibile vedere (sfogliando le sovrapposizioni del nutrito programma la prima sensazione è una pietrificante “paralisi delle opzioni”), nessun film del cuore, qualche bruttura e tanto cinema medio (non per questo mediocre). Non convince appieno la teatralità di “Sleuth” di Kenneth Branagh con Michael Caine e Jude Law, rifacimento di “Gli insospettabili” di Joseph L. Mankiewicz; si lascia vedere, pur con qualche sbadiglio, il solido thriller “Michael Clayton” con George Clooney, ed è piacevole la commedia con delitto “La fille coupée en deux” del maestro francese Claude Chabrol.
I due film che hanno fatto più parlare, però, a causa delle tematiche affrontate, sono “Redacted” di Brian De Palma e “In the Valley of Elah” di Paul Haggis. Come si sa negli Stati Uniti i panni sporchi si lavano al cinema e così ecco ben due film americani impegnati a recitare il “mea culpa” per la partecipazione e il sostegno U.S.A. alla guerra in Iraq. De Palma si ispira con stile molto personale a un drammatico fatto di cronaca: il caso di cinque militari americani che nel marzo del 2006, in un villaggio vicino alla città di Mamhudiya, hanno abusato di una ragazzina di 14 anni prima di bruciarla e di uccidere i suoi familiari. Nel film di Haggis, invece, l’investigatrice Charlize Theron e il veterano Tommy Lee Jones indagano sulla sparizione di un soldato reduce dall’Iraq. Entrambi hanno aspetti interessanti e offrono spunti di riflessione, ma non convincono appieno. In “Redacted” l’originalità dell’approccio di De Palma risulta moralmente discutibile. A una parte di fiction, infatti, si affiancano senza soluzione di continuità immagini tratte da Internet, Youtube, blog di un soldato americano, documentari, spezzoni di telegiornali e notiziari. Per lo spettatore è impossibile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Una sorta di manipolazione della realtà efficace nel risultato ma ingannevole nella tecnica utilizzata. “In the Valley of Elah”, invece, è un prodotto di stampo tradizionale che soffre di alcune forzature e schematismi (sulla scia del precedente “Crash” che ha dato ad Haggis fama mondiale grazie all’Oscar conquistato come miglior film), ma gode di un approccio basato sulle mezzetinte e di un’interpretazione davvero magistrale di Tommy Lee Jones.
E’ passato anche il primo film italiano in concorso, “Nessuna qualità agli eroi” di Paolo Franchi. All’opera seconda, dopo il riuscito “La spettatrice”, il giovane regista si perde tra psicologismi, tempi inutilmente lenti, totale assenza di ironia e grande pretenziosità. I primi fischi, sia dalla stampa che dal pubblico, sono stati per lui.
Un’ultima segnalazione passando alle sezioni collaterali. Colpisce, nelle “Giornate degli Autori”, la co-produzione franco-inglese-libanese “Sous les bombes” di Philippe Aractingi. Nell’estate 2006 Israele bombarda il Libano. Durante la tregua una donna musulmana ed emancipata va in cerca del figlio e della sorella nel Sud devastato del paese. La accompagna un tassista cristiano che all’inizio sembra solo motivato dai soldi, poi rivela la sua solitudine. Il film colpisce per l’ambientazione sui luoghi reali, in diretta sotto le bombe, e si configura come un efficace grido di disperazione contro tutte le guerre. Per ora dal Lido è tutto.